Minzolini: "A Berlusconi dirò no: questo Senato serve solo a Renzi"

Il senatore azzurro dissidente  contro la riforma: "E' la solita sinistra che per non affrontare il tabù del presidenzialismo cerca di rinforzare l'esecutivo indebolendo il parlamento"

Il senatore di Forza Italia, Augusto Minzolini – Credits: Ansa

A Silvio Berlusconi, al quale ribadisce la sua profonda stima, giovedì alla riunione dei gruppi parlamentari di Forza Italia confermerà il suo no: «È già una forzatura che il governo sia motore delle riforme, ora però non mi si chiedano orientamenti di partito». Il senatore Augusto Minzolini, ex direttore del Tg1, «Minzo» per i cronisti parlamentari ai quali ha insegnato a scrivere quello che veramente accade nelle stanze del potere, squarciando i tabù del politichese, spiega a Panorama.it senza peli sulla lingua la sua verità:

«Questa riforma del Senato io non la voto: è un modo della sinistra di cercare di rafforzare in modo indiretto il potere esecutivo. Poiché non può affrontare il tabù del presidenzialismo lo fa indebolendo il parlamento. Questo non è trasparente ed è pericoloso». Ma Minzolini soprattutto mette in guardia Forza Italia dai veri obiettivi del premier: «Perché Matteo Renzi vuole a tutti i costi la riforma del Senato? Per tenersi una via di fuga verso il voto anticipato. Se il Senato fosse elettivo, visto che l’Italicum è applicato solo alla Camera, si potrebbe andare a votare solo con il Consultellum che a Renzi non converrebbe perché il sistema proporzionale rimetterebbe in gioco FI»

Senatore Minzolini, con lei ci sono più di trenta colleghi azzurri e un’altra trentina sono i dissidenti del Pd. Il bersaniano Miguel Gotor dice che con un Senato pieno di amministratori, in gran parte rossi, e una Camera a stragrande maggioranza Pd ci sarebbe sempre un capo dello Stato di sinistra e con vasti poteri. E se lo dice lui… Lei non crede che quel capo dello Stato di sinistra potrebbe essere lo stesso Matteo Renzi che come aveva anticipato Panorama.it starebbe pensando a una riforma semipresidenziale per se stesso?

«Io non entro nelle alchimie di Renzi. Dico soltanto che se debbo fare un sistema istituzionale, che di fatto dà la possibilità al partito, che vince il premio alla Camera, di designare lui il presidente della Repubblica, sarebbe molto più giusto, trasparente e democratico allora fare l’elezione diretta del presidente».

Lei dice: «Rischiamo di essere cornuti e mazziati». Perché?

«Per una ragione molto semplice. Noi abbiamo portato una proposta molto chiara che è quella del semipresidenzialismo e quindi dell’elezione diretta del presidente. Perché in realtà la questione dell’assetto istituzionale di questo paese verte ormai da vent’anni (basta parlare con qualunque presidente del Consiglio degli ultimi vent’anni: da Berlusconi a Prodi, da D’Alema a Amato, da Letta  a Monti) su una questione sostanziale: il potere esecutivo non è all’altezza dei tempi, non è decisionista abbastanza, non ha possibilità di imporre velocità alle decisioni al parlamento. Ma siccome per la sinistra italiana è ancora un tabù, si è scelto di cercare di rafforzare il sistema esecutivo senza farlo sapere, scegliendo procedure nocive che diventano dei precedenti pericolosi. Quindi, non potendo la sinistra affrontare il tabù del presidenzialismo sceglie di indebolire l’istituzione parlamentare. Io lo trovo veramente un atteggiamento poco trasparente. Se si deve rafforzare il potere esecutivo lo si fa sul serio, non abolendo una delle due camere. Non lo dico perché ho paura delle svolte decisioniste, ma perché ho paura delle svolte non trasparenti».

Forza Italia intanto sembra divisa tra chi si fida di Renzi e chi no. C’è il rischio se non si fa prima l’Italicum che il premier apra l’altro forno con i Cinquestelle?

«Non parto dal presupposto se una riforma elettorale conviene di più o di meno. Se noi non riprendiamo iniziativa e identità non riusciremo neppure più a essere il secondo partito. Ma  io parto dal presupposto che questa riforma del Senato non mi piace per una questione di principio perché non solo è assolutamente fragile, ma dal punto di vista strategico è un grave errore. Perché un premier che ha la possibilità di portare a casa il superamento del bicameralismo perfetto deve arrivare quasi a una rottura delle regole in un parlamento che invece deve essere unito?».

Perché?

«Renzi ha fatto una serie di promesse in un quadro economico che non è più quello che immaginava lui. L’economia americana sta rallentando ulteriormente, al di là di tutti i discorsi che si fanno l’Europa alla fine ci chiede di  arrivare al pareggio di Bilancio nel 2016, Da Scalfari a “Libero” tutti intuiscono che ci sarà bisogno di una nuova manovra di 12 miliardi. Allora quale potrebbe essere la via d’uscita per Renzi da questa situazione? Quella di andare al voto, semmai accusando gli altri di non avergli dato la possibilità di lavorare. E per fare questo il premier ha bisogno di una legge elettorale. Ora se si mantiene il Senato elettivo questa possibilità viene meno. Perché l’Italicum interviene solo sulla Camera, quindi se sopravvive il Senato elettivo Renzi non ha alcuna via di fuga».

Si potrebbe andare a votare solo con il Consultellum (la riforma proporzionale stabilita dalla Consulta dopo la bocciatura del Porcellum ndr).

«Sì, solo con il Consultellum, ma con questa legge il Pd prenderebbe meno seggi e Forza Italia anche riprendendo il 16,8 per cento - ma ne potrebbe avere di più riprendendo l’iniziativa politica -  avrebbe dei numeri che sarebbero indispensabili sia per fare le riforme sia per fare il governo».

È chiaro che questo a Renzi non piace.

«Non lo vuole. Per cui ecco perché vuole a tutti i costi fare passare un Senato non eletto direttamente. Perché nel momento in cui passerebbe un’operazione di questo tipo si aprirebbe un altro scenario.  Anche se Giorgio Napolitano dice che vuole lasciare appena fatte le riforme, io non credo che il suo successore possa essere eletto con le vecchie regole e con queste possa durare  per sette anni. Sarebbe una contraddizione istituzionale. Allora è più probabile che Napolitano dopo le riforme aspetti ancora un po’ e sciolga il parlamento. Così il suo successore sarebbe eletto dal nuovo sistema  e Renzi con il premio di maggioranza (previsto dall’Italicum ndr)  manterrebbe sempre il controllo sulla Camera».

Intanto, dentro Forza Italia si discute anche su principi basilari come quello del garantismo. Mentre si assiste ad aperture sui diritti dei gay alcuni esponenti azzurri hanno chiesto a Giancarlo Galan di fare un passo indietro. Non a caso lei ha rivendicato in questi giorni in un’intervista a «Libero» l’identità antigiustizialista di FI. Che succede?

«Io dico che ci sono delle regole, non entro nel merito della vicenda Galan, ci sono le carte, vanno lette e poi si decide. Ci sono regole e principi che vanno rispettati. Penso addirittura che l’immunità parlamentare andrebbe riistituita così come l’avevano prevista i nostri padri costituenti perché era l’elemento necessario per riequilibrare l’autonomia della magistratura. Però l’immunità io non mi sento di istituirla in un Senato non eletto direttamente.  Al Senato ci sarebbe l’immunità e i consiglieri regionali non eletti a Palazzo Madama invece non l’avrebbero. Sarebbe un assurdo».

Giovedì quindi lei a Berlusconi confermerà il suo no?

«Io ho una posizione chiara, definita, precisa. Ho una grande stima del presidente Berlusconi. Ma per la prima volta è un governo che si fa motore delle riforme. Piero Calamandrei diceva: quando si fanno le riforme, i governi dovrebbero uscire dall’aula. Quindi, già mi sembra una forzatura che il governo si faccia motore delle riforme, ora però non mi si chieda di avere un orientamento di partito su questo. Debora Serracchiani (vicesegretario del Pd ndr) dice che non sono né Minzolini né Vannino Chiti a decidere. Le replico: le riforme le decide il parlamento, non il governo che dovrebbe stare un po’ distante».

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