Politica

I sottosegretari del Governo Gentiloni... o di Matteo Renzi

Perché sono state deluse le aspettative di Denis Verdini e quale strategia politica c'è dietro ai nomi fotocopia

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Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni nell'aula della Camera durante la replica sulle dichiarazioni programmatiche del governo. Roma, 13 dicembre 2016, – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Dal governo fotocopia al sottogoverno fotocopia il passo è breve. A parte alcuni quasi impercettibili variazioni (Davide Faraone che dalla scuola passa alla Salute e Vito De Filippo che dalla Salute passa all'Istruzione, più l'uscita di Tommaso Nannicini), la squadra dei sottosegretari del governo Gentiloni nominata ieri non presenta alcuna novità rispetto al passato.

Ma è l'esatto opposto della massima gattopardiana: lasciare tutto com'è per far sì che tutto cambi. E quindi si vada a votare il prima possibile.

Nei desiderata di Matteo Renzi (che ha guidato le scelte di Gentiloni) a giugno prossimo, insieme ai mille comuni chiamati al voto. Lo schema dell'ex premier è esattamente questo. E nell'analizzarlo va prestata più attenzione agli esclusi che ai presenti al giuramento dei 41 “vecchi sottosegretari” (già nominata Maria Elena Boschi, che nella conferenza stampa di fine anno il premier Paolo Gentiloni ha detto di aver voluto confermare lui stesso anche se non le ha ancora assegnato le deleghe).

Se l'intenzione del segretario dem è quella di andare al voto il prima possibile per scongiurare il rischio di dover restare in stand by un altro anno, fino al 2018, quando oltre alla naturale scadenza della legislatura si arriverà anche a quella della sua segreteria dentro il Pd, una maggioranza debole rappresenta una garanzia.

È più utile a Matteo Renzi un Denis Verdini pronto a staccare la spina in qualsiasi momento che un Denis Verdini con tre, quattro, cinque dei suoi (quanti ne aveva chiesti) seduti al governo e quindi molto più motivati a farlo rimanere in piedi il maggior tempo possibile.

Utilissima la minaccia di non garantire i numeri al Senato (la maggioranza è di 161, già il giorno della fiducia Gentiloni ne ottenne appena 169) lanciata dal neo verdiniano Enrico Zanetti che ha addirittura deciso di immolarsi per protesta contro il presunto torto subito da Ala e di dimettersi dal ruolo di viceministro dell'Economia.

Diciotto senatori delusi e arrabbiati ai quali si aggiungono i tre dell'Idv di Ignazio Messina (anche lui aspirava a una poltrona da sottosegretario) che adesso minacciano di uscire dalla maggioranza se non otterranno il posto di vicepresidente che fu del ministro all'Istruzione Valeria Fedeli. Più Stefania Giannini, unica rottamata del governo Renzi e la cui possibile indifferenza alle sorti di quello Gentiloni non dovrebbe sorprendere nessuno.

Ecco perché, ancora una volta, determinante per le sorti del governo Gentiloni e dello stesso Matteo Renzi, sarà dunque la posizione che deciderà di assumere Silvio Berlusconi.

Il leader di Forza Italia ha almeno due buone ragioni per voler tenere in vita l'esecutivo calibrando presenze e assenze dei senatori azzurri in occasione delle votazioni più rischiose: l'aiuto che il governo può dare a Mediaset nel contrastare la scalata di Vivendi e l'attesa per la sentenza della Corte di Strasburgo che potrebbe riabilitarlo e permettergli di candidarsi nuovamente.

Nel frattempo gli ultimi nodi da sciogliere sono deleghe delicate come quelle ai Servizi Segreti e al Cipe che dovrebbe finire nelle mani del ministro dello Sport, e braccio destro di Matteo Renzi, Luca Lotti quando si sarà chiarita meglio la sua posizione nell'inchiesta sulla Consip (la centrale d'acquisto della Pubblica amministrazione) che lo vedrebbe indagato per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento.

Chiusa questa partita si ricomincerà a parlare quasi esclusivamente di legge elettorale. Il presidente d'acciaio Sergio Mattarella (altro che quella figura sbiadita che tanti pensavano fosse all'epoca della sua elezione) vorrebbe che il Parlamento votasse su una proposta condivisa da una maggioranza di forze politiche più ampia di quella ancora più ristretta del passato che oggi sostiene il governo.

In attesa che il prossimo 24 gennaio la Consulta si esprima sull'Italicum (un bocciatura sonora è la previsione avanzata dai più), l'obbiettivo è quello di arrivare a una legge che sia il più coerente possibile per entrambe le camere. E se Renzi ha fretta, Mattarella (e forse nemmeno una buona parte dei parlamentari) sicuramente no.

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