Politica

La tentazione Mandela

Guidare i liberali dalla prigione per rivoluzionare il paese, renderlo meno iniquo

Silvio Berlusconi (Ansa/Guido Montani)

Nel quartier generale del centrodestra le due cordate oltranziste, quella dei filogovernativi a tutti i costi e quella di chi vuole rompere comunque, si fronteggiano. Risultato: la posizione del Pdl è sospesa, immobile, in attesa. Tutto è demandato al Cavaliere, sottoposto a mille e una pressione: quella del Colle che promette l’incredibile, cioè una riforma della giustizia talmente impossibile che all’epoca non è stata inserita neppure tra le riforme costituzionali da fare; Enrico Letta che, per istinto di sopravvivenza, si è inventato una ripresa che ancora non c’è («E il Corriere, suo houseorgan, gli è andato dietro» ironizza il senatore del Pd Corradino Mineo); e quell’establishment del Paese che non ha mai amato il Cav e ora lo rassicura per invitarlo alla calma. Siamo a una tregua,
ma non è stata firmata nessuna pace e nessuno riesce a immaginare i termini di un armistizio.

Ci si rifugia nel solito leitmotiv di ogni debolezza: potrebbe andare peggio. Il ministro Gaetano Quagliariello per restare sulla poltrona terrorizza il centrodestra paventando inesistenti governi Pd-Grillo. Sulla stessa scia si muove il leader dell’Udc Pierferdinando Casini. «Non avrei pensato» osserva «che Berlusconi avrebbe potuto fare la fine di Bettino Craxi. Questo governo non lo mette al riparo dalla violenza giudiziaria, ma gli salva le aziende. Certo, il consenso non gli manca: non arriverà al 51 per cento, ma al 40 sì». Ogni analisi è piena di contraddizioni, ma su un punto tutti sono d’accordo: il paragone tra Bettino e Silvio non calza perché quest’ultimo continua a guidare il primo partito italiano (ultimo sondaggio 29,1 per cento).

Ed è quella la carta che il Cav giocherà: «Fino a ferragosto stiamo fermi, ma se non c’è un segnale dal Colle da quel momento cominceremo a farli ballare». Dopo quella data la corda tornerà a tendersi. E magari si romperà. L’atteggiamento sui temi economici sarà più rigido: dall’Imu all’Iva, più in generale sul fisco. E ancora sull’impossibilità di svolgere il lavoro dell’imprenditore perché in Italia non c’è la certezza del diritto. Ci sarà il ritorno a Forza Italia, magari da affiancare al Pdl. E tutto sarà pronto per una grande campagna elettorale di libertà. Per l’autunno.

E il Cav? Nel suo entourage c’è già chi evoca il paragone con il leader sudafricano, Nelson Mandela, che affrontò le elezioni in prigione. Il Cav, vittima di un regime che ha immobilizzato la società e l’ha condannata al declino. Il Cav, vittima anche più fortunata di quelle decine di imprenditori che, o per un fisco iniquo o per una politica economica sbagliata, si sono tolti la vita. In fondo ogni rivoluzione ha i suoi martiri.E Berlusconi vuole essere il martire della rivoluzione liberale.

Queste sono le idee nella mente del leader che si prepara all’ultima battaglia. Ecco perché non ci si deve meravigliare se il Cav di fronte al suo stato maggiore è arrivato a dire: «Io non sceglierò né i servizi sociali né gli arresti domiciliari, ma la galera. E non ci andrò perché sono un criminale, ma perché volevo rivoluzionare, rendere meno iniquo il mio Paese». Appunto, come Mandela, un Mandela italiano

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