Politica

Ci sarà per Silvio Berlusconi una Ragion di Stato?

Vent'anni di storia e un popolo (inquieto) sono lì ad aspettare una risposta del Quirinale

Silvio Berlusconi (Ansa/Guido Montani)

La sera di giovedì 1° agosto 2013, quando comparve in diretta sul grande schermo di Porta a porta il fermo immagine di Silvio Berlusconi in attesa che si desse il via alla trasmissione del videomessaggio, fu istintivo il paragone con un altro fermo immagine di un altro videomessaggio: 26 gennaio 1994. I segni del tempo e dello stato d’animo mostravano due volti assai diversi, ma era la scenografia dello studio a marcare psicologicamente la differenza. Per annunciare la propria «discesa in campo», Berlusconi aveva curato ogni dettaglio per apparire familiare, affidabile, uno di noi che si sacrifica per gli altri, l’uomo straricco e strapopolare per le televisioni e il Milan che accetta di gettarsi nel fiume pieno di caimani della politica per non darla vinta ai «comunisti».

Lo sfondo scelto dagli scenografi del 1994 era dunque quello di una casa agiata senza ostentazione di ricchezza, una biblioteca ordinata ma non strabordante, le foto di una bella famiglia. L’immagine di un borghese di successo che si proponeva di salvare la borghesia italiana, che allora ancora esisteva, il popolo delle partite Iva, ma anche gli operai e le casalinghe che non avevano mandato giù il piazzale Loreto di Mani pulite, la decapitazione di cinque partiti che avevano governato
l’Italia per cinquant’anni, con i difetti e l’arroganza che ricordiamo, ma anche con più di una virtù. E la salvezza di un altro, solo di un altro, puro come un giglio, che s’apprestava a prendere il potere, rimasto com’era senza avversari. Fu utilizzato un filtro (la famosa «calza» di cui si è molto favoleggiato) per ammorbidire l’inquadratura, per renderla più calda, accattivante, familiare. 

Come era diversa la scena del 1° agosto. Niente calza per attutire la tragedia della condanna definitiva. Inquadratura curatissima come sempre, ma la patina di trucco che il Cavaliere usa ostinatamente per presentarsi in pubblico ne accentuava l’immagine drammatica. E lo sfondo? Nessuna foto, nessun libro. Al loro posto le due bandiere dell’Italia e dell’Europa. Le bandiere delle istituzioni. I simboli dello Stato, di cui Berlusconi si dichiarava servitore, con una frase scontata in bocca ad altri, ma non in bocca a lui, che dello Stato si è sempre sentito un interlocutore esterno, animato dal vano proposito di migliorarlo, renderlo più moderno, trasformarlo da ostacolo in opportunità.

Fino alla cena di Natale del ’93, gli amici di sempre, Fedele Confalonieri e Gianni Letta, lo avevano scongiurato di non scendere in campo. «Distruggeranno te e le tue aziende» gli gridarono invano. Aveva ragione lui, che la pensava esattamente all’opposto. Vent’anni dopo gli stessi due amici, insieme con i dirigenti di un partito che nel ’93 non esisteva, gli stavano accanto nel momento più drammatico, per dirgli che era incredibile che cinque «ermellini» l’avessero considerato colpevole «oltre ogni ragionevole dubbio» per una vicenda che a giudizio degli avvocati aveva 47 elementi di debolezza. Eppure sono proprio questi vent’anni a rendere «impossibile» che Berlusconi vada in carcere. «Non può finire in galera chi ha dominato così a lungo la scena politica italiana». È una frase attribuita
a Giorgio Napolitano. Vera? Non sappiamo. Certamente verosimile. Non tanto e non solo perché quest’uomo è stato per tre volte presidente del Consiglio, non tanto
perché solo Giovanni Giolitti e Benito Mussolini hanno governato più di lui da quando l’Italia è unita, quanto perché Berlusconi rappresenta ancora (pur con tutti i suoi errori) una decina di milioni di elettori e perché altri milioni, tra quelli che non lo voterebbero mai, sono allarmati all’idea che ci sia un nuovo piazzale Loreto
vent’anni dopo Tangentopoli.

«Mia suocera c’aveva i capelli dritti per le delusioni che Berlusconi le aveva dato. Ma quando l’ha visto in televisione dopo la condanna ha detto: “Siamo matti? Io questo lo rivoto”» (commento tra i tanti raccolti in questi giorni). Troppi milioni di orfani, per decapitare il padre. Non c’è stato infatti nessun altro nella storia d’Italia (forse Giolitti, ma in misura meno clamorosa e rumorosa) a essersi rialzato dalla polvere come il Cavaliere. Chi avrebbe scommesso sulla vittoriosa «traversata del deserto» di cinque anni dopo la caduta del ’95, anche allora in gran parte per l’invito a comparire durante la conferenza di Napoli e il primo sputtanamento internazionale? Quanti, a cominciare da amici e alleati, hanno intonato il miserere dopo la sconfitta per 24.577 voti alle elezioni del 2006? E
chi, dopo la rottura con Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini e le urla di piazza del Quirinale la notte delle dimissioni, il 12 novembre 2011, la nascita del governo Monti e tutto il resto, avrebbe puntato un euro sull’incredibile pareggio elettorale del 25 febbraio 2013?

Se nessuno in vent’anni è riuscito a eliminare politicamente Berlusconi, o viviamo in un Paese di pazzi o forse quest’uomo è davvero l’unico che è riuscito, nel bene e nel male, a ridare voce a chi l’aveva perduta. Dunque, solo un epilogo giudiziario, solo la prima condanna definitiva dopo 34 processi poteva chiudere vent’anni di storia italiana. Ma li ha chiusi? «Io non mollo» ha detto il Cavaliere domenica 4 agosto a una folla che avrebbe voluto le elezioni, ma sapeva in cuor suo di non poterle avere. Che vuol dire «Io non mollo»? Che significa l’«agibilità politica» invocata dai suoi? Che ruolo avrà Napolitano? La ragion di Stato ha indotto il presidente della Repubblica a concedere la grazia a un dirigente della Cia condannato a 7 anni per sequestro di persona. Berlusconi non ha rapito Abu Omar,
ha altri carichi pendenti, ma il potere di grazia del capo dello Stato è assoluto e discrezionale. Ci sarà per il Cavaliere una ragion di Stato?

Qui le opinioni divergono radicalmente. C’è chi vede in Napolitano il nonno saggio della Repubblica che saprà trovare una via d’uscita. C’è al contrario chi lo considera lo spettatore inerte di una tragedia che dovrà consumarsi con la dolce morte del protagonista. Chissà.
Venti anni di storia e un popolo inquieto sono lì ad aspettare

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