"La scissione è già avvenuta tra la nostra gente" dice Pier Luigi Bersani. Quella ufficiale però potrebbe consumarsi in casa Pd già sabato prossimo alla vigilia dell'Assemblea nazionale che dovrà dare il via ufficiale alla fase congressuale. Lo minaccia la minoranza interna che dopo la Direzione nazionale di lunedì chiede ancora Matteo Renzi segnali di apertura per evitare un congresso “cotto e mangiato” e permettere un percorso diverso, dilatato nei tempi. Quattro mesi invece che due.

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Una proroga che il segretario dem non ha però alcuna intenzione di concedere. Per lui il “buon senso” evocato da Bersani non c'entra nulla con la richiesta dei suoi avversari di rimandare la conta. La convinzione dell'ex premier è che essi tentino solo di allungare il brodo per continuare a cuocerlo a fuoco lento. Per questo, piuttosto, accelera e, insensibile anche ai tentativi di mediatori come Dario Franceschini di convincerlo a concedere almeno qualche settimana in più, aggiunge sfida alla sfida: restare segretario fino alle primarie.

Intanto però avanza l'ipotesi di Andrea Orlando candidato. Un nome su cui potrebbe convergere la minoranza e che renderebbe più difficile, soprattutto a Bersani, sostenere ancora di non avere più agibilità all'interno del partito. Una via d'uscita rispetto alla rottura che al momento appare imminente e forse inevitabile.


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Scissione: perché Sì
Senza fatti significativi entro sabato (giorno dell'iniziativa romana del governatore toscano Enrico Rossi) Bersani minaccia di non presentarsi nemmeno all'Assemblea di domenica. L'ex segretario e il resto della minoranza avrebbero voluto che il congresso fosse rimandato di qualche mese. Ufficialmente per dare al partito il tempo di discutere di legge elettorale e dei vari problemi che assillano il Paese.

Di fatto per depotenziare l'attuale leader che, votando già in primavera (a metà aprile), è destinato a essere riconfermato segretario a larghissima maggioranza. Una rottura sui tempi dunque, più che sui contenuti, che sarà complicato giustificare agli occhi anche di quella parte di iscritti ed elettori dem più critici nei confronti di Renzi.

A surriscaldare il clima c'è poi l'intenzione dello stesso Renzi di giocarsi la partita da una posizione privilegiata che gli garantisca il ferreo controllo dell'intera fase congressuale. Vorrebbe infatti che fosse riconosciuta, Statuto alla mano, la possibilità di non dimettersi da segretario fino alle primarie. È forse proprio questa la ragione più forte per ritenere la frattura interna inevitabile: il più disinteressato a evitarla a ogni costo è proprio Matteo Renzi. L'atteggiamento “buonista”, mostrato anche in Direzione, è una maschera. Più credibile immaginarlo a ripetersi ogni ora tra sé e sé: “o me o voi”.

Scissione: perché No
Le minacce di Bersani potrebbero essere meramente strumentali. Non è la prima volta che la minoranza minaccia scissioni senza poi dar seguito con i fatti alle dichiarazioni mezzo stampa. C'è per esempio ancora in ballo una legge elettorale che prevede una soglia di sbarramento all'8% per le liste che corrono da sole al Senato e un premio di maggioranza alla lista alla Camera. E non è affatto detto che, pur mettendo insieme tutti gli scampoli di una sinistra balcanizzata e litigiosa, Bersani e compagni riescano a garantirsi una rappresentanza significativa nel futuro Parlamento.

Argine importante alla tentazione centrifuga sarebbe poi l'eventuale candidatura del Guardasigilli Andrea Orlando. Gli avversari di Renzi – D'Alema, Bersani, Speranza, Emiliano, Rossi – potrebbero infatti convergere su di lui, “giovane Prodi” inseguito da tempo, che ormai da qualche tempo, e da dentro la maggioranza, marca una chiara distanza dalle scelte del leader. Con un candidato come il ministro dell'Interno in campo, la minoranza non avrebbe più alibi per rompere. 

Il popolo dem
Comunque andrà, su una cosa ha sicuramente ragione l'ex segretario Bersani: la percezione degli elettori del Pd è quella di aver a che fare ormai con due partiti diversi che non comunicano più tra loro se non per delegittimarsi a vicenda. E per quanto possa dispiacere ai più, costringere in una convivenza forzata chi non ha più ragioni per stare insieme, rischia di danneggiare, come in ogni matrimonio, soprattutto i figli, quindi il partito stesso e gli elettori. I quali, al momento, non sembrano avere dubbi su quale sia il genitore con cui vogliono rimanere: nonostante tutti i suoi errori, Matteo Renzi ha infatti ancora la stragrande maggioranza dei consensi.

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