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Rosi Mauro: «Io assolta, ma dalla Lega zero telefonate, neppure Bossi»

Intervista esclusiva alla ex vicepresidente del Senato: «Così mi sono ripresa la dignità e ho saputo resistere, ad altri sarebbe venuto un infarto» - L'opinione

Rosi Mauro con Umberto Bossi sul palco di Pontida – Credits: Ansa

"Qualcuno mi ha chiesto scusa? No, finora nessuno, ma io so aspettare, come la mia assoluzione dimostra". Dalla Lega Nord che l'aveva espulsa all’unanimità nessuna telefonata: né da Roberto Maroni (il segretario che la fece espellere e chiese pulizia fino in fondo a suon di ramazze ndr) né da Matteo Salvini, che «giovanissimo fu accanto a me consigliere comunale a Milano».

Ma forse quello che provoca più amarezza a Rosi Mauro è non aver ricevuto neppure una telefonata da Umberto Bossi, né da sua moglie Manuela Marrone.  E neppure dall’ex capogruppo della Lega a Montecitorio Marco Reguzzoni, colui che insieme a «la Rosi» era descritto nelle cronache come l’altro esponente di spicco del «cerchio magico» bossiano. Silenzio anche dall’ex fedelissimo «Federico Bricolo, il mio capogruppo al Senato», che si muoveva come un’ombra dietro di lei.  

«No, nessuno di loro mi ha chiamata, né ora né in questi orribili due anni  e due mesi, mi sono stati vicini invece tantissimi militanti che stanno ancora in Lega. Io ancora leghista nell’anima? Ero e resto un’autonomista, non solo dei territori, ma anche della mente e delle coscienze delle persone». 

Si toglie tanti sassolini dalla scarpa Rosi Mauro in questa intervista esclusiva a Panorama.it, dopo l’assoluzione piena da parte della Procura di Milano dalle infamanti accuse piovutegli addosso nell’ambito del caso Belsito, compresa quella di aver acquistato diamanti con i soldi della Lega. Rindossa i pani della festa la ex vicepresidente del Senato che resistette ai vertici di Palazzo Madama mentre tutto il partito le chiedeva di mollare. Ma lei era convinta della propria innocenza.  Roberto Calderoli la definì «la sindacalessa feroce», nella stessa Lega e non solo sui giornali veniva sprezzantemente chiamata «la badante» o « la terrona» perché nata a S. Pietro Vernotico in Puglia. Maroni disse quando venne espulsa: «Finalmente avremo un segretario padano del Sinpa». Ma lei è rimasta alla guida del Sinpa a dispetto dei santi.

Senatrice Mauro, cosa prova dopo essere passata dalle stalle della gogna politica e mediatica alle stelle dell’assoluzione?

«Ho passato due anni e due mesi in una gogna mediatica senza precedenti… ho letto cose che non stanno né in cielo né in terra. Certo che in questo momento sono felice. Non posso che ringraziare la Procura. Adesso resto in attesa del decreto di archiviazione. Vivo momento per momento, sapendo fin dall’inizio come stavano le cose. Io sono andata contro la mia stessa volontà. Sono una che fino a due anni fa  non era mai andata in televisione,  e sui giornali, ho fatto migliaia e migliaia di comizi dal 1987 al 2012 (iniziò ragazzina come operaia metalmeccanica a Milano e delegata della Uilm nel 1985 ndr), mai un rapporto con i giornalisti….».

Avvicinarla era impossibile, per farlo bisognava essere davvero tosti…

«E certo, se lo ricorda bene. Ma semplicemente perché io facevo i miei comizi, facevo la sindacalista, erano altri che dovevano portare la linea del movimento sui giornali e andare in televisione. La cosa per me molto brutta è stata aver visto tutte quelle cose in un momento scomparire, in un attimo diventai il capro espiatorio che non ho ancora capito bene di che cosa».

Il termine più gentile nei suoi confronti fu «la badante» o «la terrona» che nella Lega era un marchio infamante o la capa del «cerchio magico»…

«Hanno detto di tutto, quanto al cerchio la capa per i giornali era la Manuela, non voglio togliere i primati a nessuno (ride ndr). Questo cerchio magico era un’invenzione dei giornalisti, perché poi chi ha portato alla disfatta si è visto».

Veramente non era solo un’invenzione dei giornalisti che invece riportavano quello che dicevano nella Lega. Lei ha resistito, come un sol uomo, parafrasando Bossi che elogiandola le disse: «Tu per me sei un vero uomo», alle richieste pressanti di Maroni che le voleva imporre  le dimissioni da vicepresidente del Senato. Come ha fatto?

«Io quella sera infatti ecco perché, rompendo le mie consuetudini, andai a Porta a Porta e durante la trasmissione andò in onda la serata della ramazze a Bergamo con Maroni (andò anche Bossi piangente ndr). Mi dissi: adesso mi sveglio, perché questo è un incubo. E non capivo. Ma decisi: io non mi dimetto da vicepresidente del Senato (Mauro era il vicario del presidente Renato Schifani ndr) perché io non ho fatto niente. Ho finito i miei cinque anni a Palazzo Madama, dopodiché, mi sono detta, aspettiamo gli eventi, la giustizia farà il suo corso. Ho aspettato due anni e due mesi. E adesso attendo il decreto di archiviazione».

Nell’intervista esclusiva a Panorama nell’aprile 2012 lei fu profetica: «Non vi temo, la partita con me è solo agli inizi. Come ha passato questi due anni?

«Io penso che ad altri al posto mio sarebbe venuto un infarto.  Ho continuato a fare la sindacalista, alla guida del Sinpa che esiste e non è più collegato alla Lega. Il 16 maggio 2012 andai al congresso e mi hanno rieletto segretario.  Ci siamo distaccati all’unanimità dalla Lega. Dico quindi grazie ai miei iscritti, ai miei collaboratori, che  mi hanno creduto perché mi conoscono da 25 anni. Dico grazie ai pochi amici che mi sono rimasti vicini e non a quelli che non si sono fatti più sentire. Il coraggio non si può comprare, lo si deve avere dentro».

Chi le è rimasto vicino?

«Della nomenclatura della Lega nessuno»

Neppure Bossi?

«No, assolutamente no. L’ultima volta che ci ho parlato ero ancora in Senato, dopodichè non ho più sentito nessuno, n-e-s-s-u-n-o (lo ripete, scandendolo ndr). Ci sono stati invece tanti militanti che mi hanno sostenuto e io non ne ho mai fatto i nomi. Qualcuno dice che non è stato un complotto, io oggi continuo a dire: è stato un complotto. E questa è la cosa che mi provoca dolore».

Bossi è stato rinviato a giudizio con i figli Renzo e Riccardo. Cosa pensa?

«Ho letto le dichiarazioni in cui afferma: siamo innocenti. Io dico: buon per loro, se hanno le prove dimostreranno la propria innocenza, come io ho dimostrato la mia. Io ho sempre aiutato tutti senza chiedere mai niente in cambio, mai, mai, mai».

Chi le ha telefonato dopo l’assoluzione?

«Tanti militanti ancora dentro la Lega ma anche tanti che sono usciti e che mi continuano a dire: non mollare. Ribadisco: dalla nomenclatura zero telefonate».

Quindi, neppure il segretario Salvini?

«No, tra l’altro Salvini è stato consigliere comunale con me a Milano nel ’93, quando era proprio un ragazzo».

E Reguzzoni?

«No. E neppure Federico Bricolo, allora mio capogruppo al Senato, che tra l’altro venne a casa mia in Sardegna e vide con i suoi occhi che sono due locali e non la mega-villa di cui parlavano i giornali. E già da allora Bricolo non disse nulla. Queste sono veramente le cose che dispiacciono di più».

Eppure Bricolo come gli altri quando lei era potente la temeva e la omaggiava, era in  codazzo con lei che del resto folgorò Bossi quando ancora ragazzetta in piedi su un tavolo urlò e mise in riga un’assemblea di tranvieri inferociti…

«Se mi temevano evidentemente è perché io non ho nulla da nascondere, evidentemente sono altri che hanno qualcosa da nascondere. Io non sono mai stata né invidiosa né gelosa di nessuno, anzi ho difeso in alcuni momenti storici della Lega anche chi era indifendibile. Purtroppo è un problema loro e mi auguro che riescano a conviverci bene perché quello che hanno fatto è indegno».

Lei ora lavora?

«Faccio volontariato al Sinpa».

Come si mantiene?

«In questo momento con i risparmi miei, tant’è che ho detto ai magistrati: continuate a controllare il mio conto, controllatemi passo passo perché io possa riprendermi la mia dignità, perché hanno fatto di tutto per togliermela».

Oltre al Sinpa fa politica?

«Già quando ero in Senato ho costituito il movimento Sgc: “Siamo gente comune”, abbiamo due sedi, piano piano ci stiamo muovendo  partendo dal territorio. Controllate sul sito, c’è tutto. L’altra fondatrice è Arianna Miotti, una commercialista anche lei per vent’anni in Lega da dove se ne è andata per le schifezze che mi hanno fatto».

Lei fu infangata anche nella vita privata, le attribuirono come amante il caposcorta Pierangelo Moscagiuro. Ora cosa ha da dire?

«Moscagiuro, vi prego di scriverlo in neretto, non è mai stato il mio compagno, ma era solo il mio caposcorta. Punto».

E comunque lei disse a Panorama: «Se all’alba dei miei 50 anni mi attribuiscono un uomo di 37 faccio anche una bella figura…

«Quella era una battuta spiritosa (ride ndr). Ma chi mi conosce sa che sono sempre stata legata a un uomo che ha un bel decennio più di me».

Verrebbe spontaneo chiederle per mera curiosità chi è…

«E no, non voglio più intromissioni nella mia vita privata, a meno che non sia io a parlarne. Perché quello che hanno fatto è stato tutto mirato per cercare di distruggermi politicamente ma anche personalmente. Le cose io le ho sempre fatte alla luce del sole. Da mio marito ero già separata dal 1998 e poi anche divorziata».

È stato anche scritto che lei avrebbe comprato la laurea a Moscagiuro e gli avrebbe fatto avere benefit dal Senato…

«Ma se Moscagiuro non ha neppure il diploma! E poi scrivono che non è un poliziotto quando lui lo è ancora oggi. Comunque d’ora in poi io parlo solo per me stessa. Sono rimasta talmente scottata che non metterei più le mani sul fuoco per nessuno».

Manuela Marrone l’ha più chiamata?

«Assolutamente no».

Che morale trae dalla sua vicenda?

«La mia vicenda è stata archiviata, mentre nella Lega ci sono molti rinviati a giudizio».

Si riferisce alla storia dei rimborsi spese alla Regione?

«Sì, anche per questa parte sono stata assolta. Per altri che hanno fatto invece i duri e puri nessuna archiviazione».

 Lei si sente ancora leghista a dispetto del comportamento della Lega ?

«A dispetto della Lega io ho creduto e credo ancora all’autonomia vera, che vale per tutti, da Nord a Sud, perché autonomia significa essere responsabili delle proprie azioni, del proprio lavoro, del proprio territorio. Ed io queste cose le ho nell’anima, non solo nelle parole. Ho fatto migliaia e migliaia di comizi dagli anni ’80, ero una ragazzina. Sono passata dalle fabbriche al consiglio regionale lombardo dove feci approvare il federalismo fiscale che poi a Roma Calderoli e Giulio Tremonti stravolsero. Ognuno deve fare i conti con la propria coscienza. La mia è a posto».

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