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Riforme: quell'articolo 2 che spacca il PD

Frattura nel partito sulla riforma del Senato. Il punto controverso, sul quale Renzi non mollerà mai, è la modalità di elezione: mai più diretta

Sull'elettività indiretta del nuovo Senato non si discute, sulle funzioni sì.
Questa la proposta che Matteo Renzi ha lanciato ieri all'assemblea con i senatori del PD in questi giorni impegnati nella discussione in seconda lettura del ddl Boschi.

La discussione interna ruota intorno all'articolo 2 del provvedimento che ha portato la minoranza sulle barricate.

Il punto è delicato e riguarda il cuore stesso della riforma che prevede che  il Senato non sia eletto direttamente e il superamento del bicameralismo perfetto.

Rimetterlo in discussione vorrebbe dire ricominciare da capo su un lavoro che è già a buon punto e che è uno dei punti di governo su cui Renzi si gioca la faccia.

Cosa prevede l'articolo 2
Nell'attuale riformulazione già approvata in prima lettura da Camera e Senato l'art. 2 prevede "Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica". Stabilendo che i Consigli regionali "eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori".

Le posizioni interne al PD
Una formulazione che a una parte del PD non è mai piaciuta e già in prima lettura questo gruppo dissidente aveva disertato il voto.

A farsi portavoce della componente che conta 28 senatori, è Corradino Mineo, il più battagliero, che annuncia che non ci sarà alcuna trattativa e gli emendamenti non verranno ritirati. Un'astensione di questo gruppo potrebbe creare guai seri alla maggioranza a Palazzo Madama che non gode di ampi margini, ma sull'emendabilità dell'articolo 2 il Presidente del Senato Piero Grasso ancora non si è esposto, rischiando di diventare l'uomo chiave della riforma.

Ma anche dentro la minoranza c'è qualcuno che dopo la riunione con il premier comincia a ragionare, anche se la spaccatura non può dirsi scongiurata del tutto.

Renzi d'altronde è stato chiaro: sulla riforma del Senato ci si gioca la legislatura.

Nicola Latorre ha rivelato stamattina in un'intervista, che i toni della discussione sono stati abbastanza concilianti e v'è stata la convergenza sull'ipotesi di inserire, in altra parte della riforma, il principio che gli elettori partecipino alla selezione dei Consiglieri-senatori con modalità che saranno definite nella legge elettorale delle Regioni, senza toccare l'articolo 2.

Una soluzione di mezzo che non stravolge l'impianto della riforma e va verso le richieste della minoranza che vorrebbe il Senato elettivo.
Così come tre senatici della minoranza, Maria Grazia Gatti, Nerina Dirindin e Cecilia Guerra chiedono che sia istituito al più presto, un tavolo di lavoro bicamerale, come proposto da Renzi, in grado di formulare una proposta condivisa da tutto il PD sulle funzioni del nuovo Senato e che metta fin dall'inizio d'accordo i due rami del Parlamento, al fine di evitare una terza lettura.

Nessun problema con il referendum
Secondo il procedimento di revisione costituzionale previsto dall'art. 138 della Costituzione (che deve essere emendata per riformare il Senato) per apportare modifiche alla Carta sono necessari due passaggi parlamentari a distanza di tre mesi, uno dall'altro, e in caso che non si raggiunga la maggioranza dei due terzi, nell'ultima votazione si procede con il referendum.

L'idea di Renzi, da sempre, è quella di arrivare alla consultazione popolare a giugno dell'anno prossimo, sicuro che gli italiani siano più coesi del suo partito sulla riforma costituzionale e lo snellimento della macchina politica.

Aiutato questa volta da Grillo, che sull'antipolitica e l'inutilità di avere due rami parlamentari uguali ha costruito tutto il suo consenso, Renzi sa che il referendum in confronto alla minoranza, sarà una passeggiata.

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