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Ecco perché Renzi punta tanto sulla legge di stabilità

Il premier pensa di rendere il Pd davvero "suo" grazie a questa manovra che guarda all'elettorato di centro

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Il presidente del consiglio Matteo Renzi – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

È proprio su questa manovra che Matteo Renzi scommette di più per garantire un futuro roseo non solo al Paese (“una botta per rilanciare l'Italia”) ma anche a se stesso e al suo partito, il PdR, il Partito di Renzi.

Se riesce a portarla a casa, sarà il coronamento ideale dei primi 20 mesi di governo, altrimenti, ha detto ieri parlando ai gruppi Pd, “buttiamo tutto quello che abbiamo fatto”. Se funziona, se alla faccia dei gufi e del loro “pessimismo cosmico” Renzi sarà finalmente riuscito “a cambiare l'Italia”, anche le amministrative della prossima primavere, il congresso democratico del 2017, le elezioni del 2018, daranno infatti, è il suo profondo convincimento, molti meno pensieri.

I punti contestati
Per questo, anche di fronte all'allarme della Corte dei Conti e delle regioni, alle critiche di Bankitalia e alla richieste di modifica della minoranza Pd, è sua intenzione non arretrare di un passo. Per i magistrati contabili ci sono forti dubbi sulle coperture per cancellare la Tasi, il taglio di altre tasse e sulla stretta del turn over.

I governatori minacciano di dover tagliare la spesa sanitaria di 2,2 miliardi solo nel 2016 e di altri 17 nel biennio 2017-2018 con conseguente aumento dei ticket e delle tasse.

Per Bankitalia è sbagliato aumentare a 3mila euro la soglia del contante utilizzabile per i pagamenti dal momento che non ci sarebbe alcuna prova che ciò farebbe aumentare i consumi. Ma nemmeno la corruzione, la replica del premier.

Lo scontro con le Regioni
Alle Regioni sul piede di guerra (con l'ex amico Chiamparino, presidente del Piemonte da 6 miliardi di buco, che ha confermato le sue dimissioni da presidente della Conferenza Stato-Regioni), Renzi propone di sedersi intorno a un tavolo a discutere di come possano essere spesi bene i soldi che il suo governo ha erogato con più generosità dei precedenti (1 miliardo in più).

Ma è un fatto che le stia sacrificando e che allo stesso tempo voglia privilegiare i Comuni.

Questo perché è nelle città, dove il rapporto con i cittadini è più diretto (e dove, non a caso, si vota tra pochi mesi), che al governo preme maggiormente conquistare consenso (non subiranno tagli e hanno ottenuto lo sblocco del patto di stabilità per poter finalmente ricominciare a investire). E ciò a scapito delle amministrazioni regionali (anche se per quelle a rischio fallimento è in arrivo un decreto ad hoc), enti da cui marcare una distanza che è una specie di punizione per gli sprechi e gli scandali che le hanno viste protagoniste negli ultimi anni e dove alle elezioni del maggio scorso l'affluenza alle urne si è ridotta del 10%.

La minoranza interna
C'è poi il fronte interno. Ieri Alfredo D'Attorre, Carlo Galli e Vincenzo Folino hanno annunciato l'uscita dal partito.

Poco male, secondo il segretario convinto che sia molto più importante conquistare consenso al centro che evitare spaccature a sinistra cercando di trattenere “compagni di viaggio” tentati da un'operazione, come quella che gli gli ex Fassina e Civati, insieme a Nichi Vendola, Landini e Camusso, stanno provando a mettere in piedi, “densa di ideologismo, velleitaria” in cui “non c'è spazio così per cambiare il Paese”.

Anche perché i toni soft di Bersani (omaggiato di un sigaro cubano "Romeo&Julieta) e dei suoi, confortano il premier sul fatto che nemmeno questa volta il corpaccione della sinistra interna opterà per lo strappo. 

Taglio delle tasse: "una cosa di sinistra" per conquistare il centro-destra
L'ex segretario sa che intestarsi una battaglia contro il taglio della tassa sulla prima casa pur di colpire il premier è un rischio troppo grande anche per lui. Soprattutto se Renzi fa passare il messaggio che “l'82% dei proprietari di prima casa è costituito da pensionati, dipendenti o disoccupati" e che "si può dir tutto, ma non che togliere la Tasi aiuti i più ricchi...”.

Tagliare le tasse, è il mantra di Renzi, è una cosa di sinistra.  “Se qualcuno ha nostalgia della sinistra che diceva 'anche i ricchi piangano', sappia che non è la mia linea. Io non condanno il mio partito al suicidio né il mio paese alla stagnazione”.

In realtà togliere la tassa sulla prima casa (anche se si tratta di regge e palazzi) e aumentare la soglia del contante non sono cose propriamente di sinistra. Farlo rappresenta anzi la piena riabilitazione del modello Berlusconi che con la cancellazione dell'Imu vinse le elezioni del 2008. Renzi mira a quello stesso elettorato e questa legge di stabilità è il suo viatico.

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