Politica

Matteo Renzi alla prova del comando: ce la farà?

Riuscirà il premier italiano a essere all'altezza della situazione? Rispondono 8 autorevoli osservatori sulla base di questi primi mesi di Governo

Matteo Renzi durante la recente visita a Baghdad. – Credits: Ansa.

Il giudizio di Giuliano Ferrara, direttore del Foglio: "No, non è uno statista. È ancora troppo giovane. Non lo abbiamo visto in balìa degli elementi fondanti l’arte di guidare uno Stato: le crisi, specie di natura internazionale, e gli stati di eccezione, quando usare e trattenere la forza di cui il potere ha o dovrebbe avere il monopolio è tragicamente necessario; e anche nel meno tenebroso, le nomine, la costruzione tenace di un blocco di sostegno a una politica economica e sociale riconoscibile, la visione delle cose ivi compresa ma anche oltre la retorica che la esprime, una certa idea del Paese che aspiri a guidare, la tolleranza verso il diverso e l’esercizio di una giusta dose di autorità per disciplinare istinti e ribellioni extragiuridiche… In tutto questo Matteo Renzi è ancora uno statista che si deve fare, un politico che ha le basi, perché si è fatto con propri mezzi, è stato scaltro, anche banale e spiccio quando necessario, e ha saputo parlare alla pancia di un Paese molto viscerale, ma in una direzione diversa da quella dei guru straccioni dell’antipolitica. Tra i predecessori, Silvio Berlusconi è un altro discorso del tutto, da uomo privato e imprenditore che fa politica in mezzo a follie personali, e la sua durata e il suo peso nell’immaginazione degli italiani dimostrano una presa visionaria da uomo di Stato. E Bettino Craxi radicò la modernizzazione politica e l’anticomunismo della Guerra fredda in una radice socialista che era incancellabile, dunque tutto un altro discorso, legato alla Repubblica dei partiti che non c’è più. Si farà? Wait and see".

Il giudizio di Fiorella Kostoris, docente di Economia alla Sapienza di Roma, componente del consiglio direttivo dell’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur): "Secondo me, Matteo Renzi ha il senso dello Stato, delle cose che vanno cambiate, della direzione di marcia. Non credo però sia del tutto consapevole dei limiti esterni alla sua politica economica, come quelli posti dalla Commissione Ue, e interni, a cominciare da quelli presenti nella sua stessa area di centrosinistra. E probabilmente non valuta come molto positive neppure le opportunità che altri in Europa gli offrono, come la proposta di Draghi rivolta a tutta l’eurozona di cedere parte del potere statuale a favore di organi comunitari che potrebbero promuovere alcune delle riforme strutturali più necessarie, più urgenti ma anche più difficili da realizzare. Che Renzi sia determinato e abbia una «vision» è sicuro. Tuttavia la lentezza con cui sta procedendo dipende dal fatto che non si rende conto di quanti ostacoli e differenze di impostazioni e di interessi esistano. E quindi non percepisce, secondo me, quale dose di compromessi e quanti ritardi debba accettare per ottenere i risultati nella direzione che si è data: non basta denunciare e annunciare bisogna anche lavorare intensamente, convincere gli indecisi e gli oppositori, per arrivare al «getting to yes». Solo un esempio: le sue dichiarazioni sul ruolo dei sindacati sono innovative e riformiste, ma di fatto Renzi finora non ha evitato che l’economia italiana ne continuasse a subire il peso".

Il giudizio di Vittorio Feltri, editorialista de Il Giornale e scrittore: "Matteo Renzi è un apprendista statista, così come c’è l’apprendista meccanico. Il premier peraltro ha iniziato il corso senza aver terminato quello di apprendista sindaco. L’unica cosa che ha portato a termine è stata la presidenza della Provincia di Firenze. Ma nessun italiano ha mai capito a cosa servono le province, tant’è che Renzi formalmente le ha chiuse, anche se di fatto le ha lasciate aperte con il personale e tutte le spese che derivano. Renzi si è dimostrato un buon pubblicitario che riesce ad accattare consenso come la carne Simmenthal. Con la differenza che acquistare lo spot di Renzi significa dare il voto che non costa nulla. E così la gente è felice. Il premier poi si giova di un partito che era talmente vecchio, talmente pieno di scorie del passato, dall’epoca di Botteghe Oscure al comunismo di risulta, che gli italiani non sanno neppure più cosa sia L’Unità, tant’è che l’hanno chiusa. E ora alle Feste dell’Unità non va neppure più il corrispondente locale, quando una volta si mobilitavano intere squadre di inviati. Oggi a quel tipo di ideologia non crede più nessuno. Renzi ha chiuso le catacombe di Botteghe Oscure ed è apparso a un certo pubblico di sinistra, che lo ha apprezzato, l’immagine del moderno. Peccato però che sia uno statista dimezzato. Non ha capito che non è sufficiente fare annunci mirabolanti per un Paese che non solo è sfinito ma finito. Purtroppo è destinato a venire a galla che tutto ciò ha prodotto solo restauri di facciata, le riforme che Renzi sta varando non sono sostanziali, come viene impietosamente dimostrato dai dati Istat. Se Renzi riuscirà nel giro dei famosi 1.000 giorni che si è dato a fare quello che ha annunciato sarà uno statista, altrimenti sarà un imbonitore, un venditore di fumo, uno di quei cialtroni di cui l’Italia deve fare a meno. Però gli facciamo tanti auguri, altrimenti se fallisce anche Renzi, la prossima volta metteremo per disperazione a Palazzo Chigi Carlo Tavecchio. Poi, c’è Mario Draghi che ci regala un’analisi anche condivisibile. Condivido al 100 per cento le diagnosi di Draghi, ma neanche una sola delle sue terapie per un motivo semplice: l’Europa ha dimostrato di essere peggiore dell’Italia. Sarebbe meglio Tavecchio della Commissione europea".

Il giudizio di Alessandra Ghisleri, direttore di Euromedia Research: "Matteo Renzi è uno statista 'in erba'. In un certo senso sta ancora imparando il mestiere, credo che si debba ancora formare. Ma lo vedo sulla buona strada. Prove come quella della riforma del Senato sono molto importanti perché incominciano a far vedere il suo tessuto. Tuttavia l’avvio della riforma del Senato dimostra anche che il premier è ancora un navigatore a vista. Renzi dovrebbe pensare, progettare più a lungo termine. Al momento dà l’impressione di pensare solo all’immediato, alle cose vicine, come la vicenda del bonus degli 80 euro dimostra. Fino a oggi Renzi non è riuscito, per esempio, ancora a pensare per tutti coloro che lamentano di non riuscire più a mantenere quel benessere finora acquisito e a questo si aggiunge il richiamo di Mario Draghi che indica i ritardi nelle riforme strutturali dell’economia. Insomma i cittadini italiani non hanno ancora capito se lui ha veramente la stoffa dello statista all’altezza di risollevare le sorti del nostro Paese ma, visto che a oggi rileva ancora un livello di fiducia intorno al 50 per cento, desiderano crederlo".

Il giudizio di Roberto Weber, presidente dell'Istituto di sondaggi Ixè: "Forse la domanda vera è se vi siano le condizioni oggettive perché Renzi diventi un uomo di Stato e se ne abbia le qualità. Le condizioni, a nostro avviso, ci sono: pur in assenza di condizioni drammatiche (le migliori per emergere) siamo comunque di fronte a una crisi economica e sociale di lungo respiro, a una nazione che è sempre meno tale e sempre più paese, a un’opinione pubblica depressa, a un elettorato smottante, pronto a conferire un pass a tempo indefinito a chi prometta di prendersene cura. Renzi ha sfruttato al meglio il 'contesto': con le sue indubbie qualità recitative ha reso trasversale il suo messaggio e di fatto sciolto i blocchi funzionali al grande 'polarizzatore' (Berlusconi); ha riposizionato il Pd facendone una forza di centrosinistra/ centro; ha dato il via a un processo di riforme istituzionali destinate a cambiare la governance del Paese; ha spiazzato le opposizioni narcotizzandone un pezzo e lasciando che l’area socialmente più sofferente e insofferente rimanesse ingessata nel M5s. Lo ha fatto lavorando di antipolitica, distillandone politica pura. Non mostra alcuna subalternità rispetto all’establishment economico, finanziario, tecnocratico (in ciò simile al miglior Craxi), appare velocissimo, crudele e spregiudicato. A differenza di altri interpreti, sembra conservare la linea di demarcazione fra sé e la propria «recitazione», un elemento di lucidità invero assai utile. Il rischio più accentuato è di sopravvalutare il «peso» intrinseco della politica. 'Uomo di Stato' potenziale, quindi, ma chi avesse visto Antonio Cassano agli esordi avrebbe pronosticato per il talento barese un futuro da grande campione. Dieci anni dopo il talento è intatto ma il grande campione si è perduto. Solo per dire che vale per i politici quanto vale per gli sportivi: il giudizio viene solo a fine carriera.

Il giudizio di Antonio Padellaro, direttore e fondatore de Il Fatto Quotidiano: "Ho cercato la definizione di statista sulla Treccani e ho trovato: «Persona che ha una profonda esperienza, teorica e pratica, dell’arte di governo. Uno statista per esempio è Cavour». Ecco, Matteo Renzi non è Cavour. Ho trovato anche un aforisma che dice: lo statista è l’uomo politico quando è morto. Lunga vita a Renzi! Ma certo a lui più che la definizione di statista si attaglia quella di un premier che vive lo spirito del nostro tempo. Qual è quello spirito? Beh, molta superficialità e molta comunicazione. Nell’arte della comunicazione Renzi è insuperabile, anche in quella delle promesse e degli annunci. Purtroppo, non è sufficiente, soprattutto quando queste promesse e questi annunci riguardano aspetti della capacità di governo che, come stiamo vedendo in questi giorni, non risolvono i problemi fondamentali del Paese. Tanto è vero che ci ritroviamo in piena recessione senza molte speranze di miglioramento. Il numero uno della Bce, Mario Draghi, non poteva essere più chiaro quando ha di fatto commissariato il governo imponendogli quelle riforme di struttura senza le quali l’Italia rischia di trascinare nel baratro tutta l’Europa. Ecco, uno statista deve avere la capacità di lavorare su una lista di priorità. Cos’è più importante? L’Italicum o un impulso per far crescere finalmente l’economia reale cominciando a rimettere in moto la macchina dell’occupazione? Renzi ha preferito puntare su una «grande riforma», per dimostrare di essere il più forte, ma tralasciando i problemi della quotidianità degli italiani. Uno statista non può essere mai superficiale e se bada soltanto alla propria immagine si dimostra un premier piccolo piccolo".

Il giudizio di Giulio Sapelli, docente di Storia ed Economia all’Università Statale di Milano: "La risposta è semplice. Statisti non si nasce ma si diventa. Per questo essenziali sono la conoscenza e l’esperienza e quindi avere una certa età. Non si sono mai conosciuti statisti giovani. Tony Blair? No, Blair fu soprattutto un capopartito. Però devo dire che Matteo Renzi ha una cosa essenziale per diventare uno statista: quella energia creatrice che non conoscevamo più dagli anni Cinquanta, fatta l’eccezione, nel periodo successivo ai Cinquanta, per Bettino Craxi. Ma anche Craxi, che all’inizio era solo un amministratore locale di Milano, diventò statista quasi alla fine della sua esperienza politica. Quindi, Renzi ha tutte le qualità per diventare uno statista, ma a un patto: che capisca che si diventa statisti unendo le generazioni e non dividendole. Il premier deve per questo cambiare un po’ del suo mood. Tanto più oggi quando Mario Draghi, interprete di una visione non democratica della questione europea, invoca sottrazioni di sovranità per cederla non a un Parlamento, ma a un grumo tecnocratico non legittimato".

Il giudizio di Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, direttore del Corriere del Mezzogiorno: "Non si può proprio dire oggi, a metà agosto 2014, che Matteo Renzi sia uno statista. Magari lo diventerà, mai dire mai, è persona intelligente e fortunata, ma mi sembra ancora molto lontano dalla meta più ambita per ogni politico. Del resto non è che basti il tempo per farcela: Berlusconi è stato al centro della scena vent’anni, e statista non è mai stato (magari, e paradossalmente, lo diventerà adesso, che è fuori dal governo e dal Parlamento). Statista è un uomo di governo che ha il senso dello Stato, il rispetto delle sue istituzioni, la consapevolezza dell’interesse nazionale, l’altruismo di chi pensa alle prossime generazioni piuttosto che alle prossime elezioni, la visione di chi sa dove vuole condurre il suo paese. Renzi manca di molti di questi requisiti, in particolare quello dell’altruismo. Per lui il ciclo elettorale è ancora la stella polare dell’azione politica, come si è visto con gli 80 euro. Inoltre, e soprattutto, è un solista, uno che balla da solo, che non sopporta accanto a sé personalità in grado di fargli ombra o di tenergli testa, e questo è incompatibile con le ambizioni di chi vuole governare un grande paese, perché per farlo c’è bisogno di una squadra ampia, ascoltata e di altissimo livello. Se poi il nostro premier ci portasse davvero al commissariamento dell’Italia paventato da Draghi, magari in nome di un malinteso orgoglio nazionale, allora la sua meteora politica rischierebbe di concludersi con un vero e proprio collasso. Renzi ha però dalla sua un importante prerequisito per ambire a un futuro da statista: sa vincere le elezioni. Spesso noi commentatori storciamo il naso di fronte a questa qualità, come se l’abilità di sedurre il corpo elettorale fosse in contrasto con la capacità di governarlo. E invece le due cose stanno insieme. Non si può reggere per lungo tempo il governo, e dunque trasformarsi in statista, senza vincere molte elezioni. Renzi è dunque una speranza reale. Dipende da lui se per piacere agli elettori deciderà di mentire loro, escludendosi dunque dal novero degli statisti, oppure userà il suo fascino politico per fare un discorso di verità al Paese, e provare a cambiarlo davvero".

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