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Renzi: cosa farà dopo il referendum?

Le possibili mosse del segretario del Pd - Presidente del Consiglio in caso di vittoria o sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre

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Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, partecipa a un incontro per il sì al referendum al Palazzo dei Congressi di Cagliari, 16 novembre 2016. – Credits: ANSA/UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI-TIBERIO BARCHIELLI

Qualunque sia l'esito del referendum del 4 dicembre, l'unica ipotesi non percorribile dalle parti del premier è che si presti a predere parte a quello che definisce un “governicchio tecnichicchio”. O almeno così ha dichiarato: “Se lo facciano gli altri, io a nuovi inciuci non partecipo”.


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Un "governicchio tecnichicchio" che comunque, in caso di vittoria del "no", dovrà inevitabilmente vedere la luce dal momento che l'attuale legge elettorale, l'Italicum, è applicabile solo alla Camera.

Pettegolezzi interni al Transatlantico vorrebbero addirittura già pronta una lista di ministri. Pettegolezzi, appunto, in un contesto però molto realistico: una nuova legge elettorale non è materia per governi tecnici. Ci vuole la politica, accordi e ricerca di equilibri che si vanno a stabilire tra i partiti. Tradotto nel linguaggio renziano, un "inciucio" di cui Renzi stesso non vuole rendersi complice.

Cosa succederà allora dal 5 dicembre? Se vince il “sì”, Matteo Renzi, ovviamente andrà subito all'incasso. Come? È presumibile che nei primi sei mesi del 2017 sia convocato il congresso del Partito Democratico. La resa dei conti definitiva, per spazzare via le velleità dei suoi ultimi oppositori interni, a cominciare da Pier Luigi Bersani e Massimo D'Alema.

Se vince il “no”, molti che in tempi più o meno recenti si sono convertiti sulla via di Rignano torneranno sui loro passi. Renzi rischia, e sarà quasi inevitabile che ciò accada, di perdere pezzi nei gruppi parlamentari. Per questo è più verosimile che in tal caso le elezioni precederanno il congresso dei dem.

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Sarebbe tuttavia un errore pensare che con la sconfitta al referendum, il premier diventi improvvisamente un politico al tramonto. Anche se il “sì” si fermasse al 40% dei votanti, di quel 40% Renzi sarebbe l'unico titolare e legittimo proprietario. Mentre Bersani e D'Alema dovrebbero dividersi i dividendi di un eventuale vittoria del “no” con altri leader politici come Grillo, Salvini, Meloni con i quali, per la distanza politica che li separa, non hanno nient'altro in comune.

Senza contare che i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza degli elettori del Partito democratico voterà a favore della riforma. Sarebbe pertanto molto miope ritenere che, in caso di sconfitta, un Renzi indebolito dall'esito referendario, possa rimanere a Palazzo Chigi a farsi logorare del tutto nel giro di pochi mesi, quando su quel 40% avrebbe la possibilità di investire per il suo rilancio.

Scontato dire che a contare saranno anche le percentuali del voto. Se a Matteo Renzi ne basterà anche uno solo in più per rivendicare una vittoria piena (anche per via dei sondaggi che in questi giorni danno il “sì” in svantaggio di diversi punti), solo un grande distacco a favore del “no” rappresenterebbe per lui una sua sconfitta piena e potenzialmente irreversibile.

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