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Balduzzi: la riforma del Senato deve preservare l’equilibrio tra i poteri

Il costituzionalista di Scelta Civica chiede più poteri per il futuro Senato delle autonomie e boccia l'estensione dell'immunità parlamentare

– Credits: Tm News Infophoto - sito ufficiale Renato Balduzzi

«Il vero “segreto” della nostra Costituzione, riconosciuto anche dagli altri Paesi, sta nell’eccezionale  equilibrio tra i poteri. Qualunque riforma costituzionale deve preservare questo patrimonio importante, garantendo un equilibrio complessivo del sistema», lo afferma con decisione Renato Balduzzi, capogruppo di Scelta Civica in commissione affari costituzionali della Camera, presidente della Commissione parlamentare bicamerale per le questioni regionali e ordinario di diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano.

            Balduzzi è fiducioso sul cammino di riforma del Senato, nonostante le riserve che stanno emergendo nella minoranza Pd e nel centrodestra: «Occorre partire da alcune indicazioni condivise», spiega a Panorama. «Anzitutto un Senato che non partecipa alla votazione di fiducia al Governo. Questo è un punto chiave che ha conseguenze molto precise anche sulla composizione. Un Senato interamente elettivo, infatti, non sarebbe coerente con l’esclusione del rapporto fiduciario con l’esecutivo. Un Senato in parte elettivo e in parte composto da rappresentanti delle autonomie locali, regioni e comuni, sarebbe forse già più compatibile con il nuovo ruolo affidato alla seconda camera».

 

           Che senso avrebbe far sedere nella stessa camera senatori eletti direttamente dal popolo accanto a senatori nominati o eletti in secondo grado?

 «Torniamo alla domanda precedente: quale funzione vogliamo attribuire al Senato, una volta escluso il rapporto fiduciario con il Governo? La risposta possibile a mio avviso è: un Senato che sia a un tempo di rappresentanza delle autonomie territoriali e di garanzia. Proprio in ragione di quell’equilibrio tra poteri che caratterizza la nostra carta costituzionale è essenziale attribuire alla seconda camera una funzione di contrappeso rispetto alla Camera dei deputati che sarà chiamata a votare la fiducia all’esecutivo. D’altra parte non mi sembra che nessuno voglia andare verso un monocameralismo. Si vuole invece avere un Senato caratterizzato dalla rappresentanza territoriale, che si faccia garante del processo legislativo soprattutto con riferimento ad alcune materie».

 

            Quindi come dovrebbe essere composto?

«Dev'essere rappresentativo della pluralità delle autonomie territoriali. Dunque non solo le regioni ma anche i comuni che nella storia del nostro Paese hanno sempre avuto un ruolo centrale. Io avevo anche proposto un allargamento ai corpi intermedi, ma l'idea non è ancora matura. Immagino un Senato che diventi il luogo più alto della rappresentatività delle autonomie. Pertanto, accanto alla sua funzione di garanzia, gli vanno ascritte funzioni che non siano solo occasionali».

 

            Vanno definite meglio le materie da affidare al nuovo Senato?

«Occorre andare più a fondo: la seconda camera non può avere una funzione solo consultiva, ma deve avere una funzione concorrente alla prima camera sulle materie legate al ruolo delle autonomie locali. In questo senso è utile guardare anche agli altri Paesi che hanno già un bicameralismo differenziato e conoscono procedure più raffinate di produzione legislativa con l’apporto di entrambe le camere».

 

           Va garantita l’immunità parlamentare anche ai senatori?

«Trovo politicamente difficile sostenere che possano essere sottratti alle regoli comuni sulla responsabilità penale senatori, espressi dalle autonomie territoriali, i quali hanno come attività primaria l’esercizio di importanti compiti amministrativi ed esecutivi. Vedo però tecnicamente difficile costruire un’immunità che copra i senatori solo per la loro attività legislativa e non per quella amministrativa».

 

           Come vede l’ipotesi di affidare alla Corte costituzionale l’autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari?

«Difficilmente praticabile. L’autorizzazione a procedere è un giudizio che contiene valutazioni di carattere politico oltre che giurisdizionale. Affidare questa valutazione alla Corte costituzionale significherebbe sovraccaricarla di compiti che non sono i suoi. Diverso è il caso della verifica poteri che invece potrebbe più  facilmente rientrare tra i poteri della Corte».

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