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Referendum sulle riforme: perchè Renzi lo vuole

Il premier è alla ricerca di una nuova legittimazione dopo la rottura del patto del Nazareno e di fronte alle continue critiche in casa Pd

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Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, durante la trasmissione televisiva 'In mezz'ora' in onda su Rai Tre, Roma 22 febbraio 2015 – Credits: ANSA/FABIO FRUSTACI

“La sovranità appartiene al popolo”, scrive Matteo Renzi nella sua ultima enews domenicale confermando l'intenzione di sottoporre a referendum le “sue” riforme, ddl costituzionale e Italicum, attese la prima domani alla Camera, la seconda tra qualche mese dopo le Regionali di maggio. Ora, visto che il popolo cui intende dare la parola Renzi è lo stesso cui la nuova legge elettorale e la riforma del Senato tolgono, di fatto, la possibilità di scegliere una buona parte dei propri rappresentanti alla Camera (che saranno selezionati dalle segreterie dei partiti e imposti come capilista bloccati) e tutti quelli del Senato (che diventerà non elettivo) è evidente che le riforme in sé c'entrano ben poco con l'iniziativa del premier.

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Un referendum su se stesso

È infatti un referendum su se stesso che Renzi vuole indire. Dopo quella ottenuta ormai nel maggio scorso alle elezioni europee, il premier ha bisogno di una nuova legittimazione popolare per rilanciare la sua azione di governo. L'esigenza nasce dal fatto di non poter più contare, dopo la rottura del patto del Nazareno, su una maggioranza di almeno due terzi delle camere garantita in gran parte da quel patto, ma anche dalla necessità di riaffermare con forza la propria leadership di fronte alle polemiche interne e alle minacce di scissione nel Pd.

Matteo Renzi non ha alcuna intenzione di fermarsi e nemmeno di rallentare la corsa. Modifiche, lo ha ribadito più volte, non sono possibili. Domani alla Camera sarà il giorno del via libera al ddl costituzionale che contiene la riforma del Senato e la fine del bicameralismo perfetto, poi toccherà all'Italicum. A Montecitorio il premier può contare su una maggioranza di 389 voti, meno qualcosa se la sua minoranza voterà contro, ipotesi alquanto remota, insieme a Forza Italia. Ma anche se l'approvazione appare scontata, il problema, a livello politico, resta. E ha a che fare con la sua permanenza alla guida del governo. Per questo, comunque andrà, Renzi punta al referendum: per dimostrare a tutti che non c'è alternativa a lui stesso.

I nuovi "responsabili" di Verdini

E in effetti le divisioni interne a Forza Italia che vedono contrapposti Fitto a Berlusconi, Berlusconi a Verdini, Verdini a Brunetta, potrebbero rendere meno scontato il voto di domani. Renzi ci conta. Da giorni Denis Verdini sta raccogliendo intorno a sé un gruppo di nuovi “Responsabili” decisi a dare man forte al governo. Una quindicina di senatori e oltre venti deputati con i quali l'inventore del patto del Nazareno starebbe usando la leva del rischio della fine anticipata della legislatura senza alcuna garanzia di essere ricandidati ma anche del rifiuto di appiattarsi sulle posizioni della Lega mandando all'aria tutto il lavoro di un anno.

La trattativa con la minoranza dem

Per la minoranza dem sarebbe però assurdo che Renzi preferisca “raccattare i voti sparsi dei verdiniani”, come ha detto Miguel Gotor, piuttosto che trovare un accordo in casa propria sui capolista bloccati per scongiurare la prospettiva di un Parlamento di soli nominati. Il rischio di spaccatura è forte. Nonostante ciò il premier-segretario ostenta tranquillità. Se sulle riforme non intende fare passi indietro, ha offerto comunque ai suoi oppositori interni la disponibilità a ripensare l'organizzazione interna del partito. Il messaggio è chiaro: se non mi mettete i bastoni tra le ruote sull'Italicum, i posti nelle liste elettorali, quindi in Parlamento, sono garantiti.

La minaccia di elezioni anticipate

Se invece le posizioni non dovessero ammorbidirsi sia dentro il suo partito che da parte di Silvio Berlusconi, Renzi è convinto che la prospettiva di tornare al voto prima del 2018 debba preoccupare più gli altri che non lui. Gli indicatori economici sono tutti a suo favore: all'orizzonte si vedono segnali di ripresa e l'occupazione ricomincia a salire. Urne anticipate non farebbero comodo, in questo momento, né a Forza Italia, dilaniata al suo interno, né tantomeno alla sinistra dem tentata dal dar vita a qualcosa di nuovo a sinistra del Pd ma allo stesso tempo consapevole di non avere né un programma né una leadership da spendere. Un referendum sulle riforme diventa quindi lo spauracchio nelle mani di Renzi per tenere lontane le elezioni e rafforzare se stesso.

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