La spiegazione più amara che Matteo Renzi dovrebbe darsi per giustificare a se stesso le ragioni della propria sconfitta al referendum costituzionale, è di aver scommesso su un Paese che non è (se non per il 40%) come lui, cocciutamente, si è ostinato a rappresentare nei suoi 1000 giorni di governo e in particolare in questi ultimi 30 giorni di forsennata campagna elettorale. Benché il 68% di affluenza alle urne rappresenti una bella prova di maturità, l'Italia non è affatto un Paese così ansioso di cambiare o quantomeno non nel modo in cui l'ex premier aveva creduto, o sperato che fosse.

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Il 60% degli elettori, una maggioranza netta, ampia, inequivocabile ha deciso di votare “no” in parte per antipatia personale nei suoi confronti, in parte perché fedele alla linea dettata dai molti e diversi partiti schierati sul fronte opposto, in parte – ed è la parte preponderante – perché in un Paese che, a urne aperte, si fa prendere dalla psicosi delle “matite cancellabili”, era inevitabile che ad attecchire fosse anche quella della “deriva autoritaria”.

Da domenica sera l'Italia ha confermato al mondo intero di essere un Paese difficilmente riformabile. Verranno altre riforme? Riforme migliori, come hanno promesso Massimo D'Alema e gli altri? Una nuova riforma in sei mesi? Chissà.

Matteo Renzi si è dimesso un'ora dopo la chiusura dei seggi. Prima che si riparli di una nuova riforma costituzionale, bisognerà riparlare, e molto in fretta, di una nuova legge elettorale. A doversene fare carico sarà il governo tecnico che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nominerà nei prossimi giorni. Un ipotetico “Renzi bis” è infatti completamente, totalmente, assolutamente impraticabile. Non ci sarà moral suasion che regga.


No, non sarà Matteo Renzi ad accollarsi la responsabilità di un “governicchio tecnichicchio” che traghetti il Paese alle prossime elezioni. Come ha detto ieri sera, riconoscendo immediatamente la sconfitta, “sono i vincitori a doversi assumere oneri e onori”. Significa che da oggi Matteo Renzi comincerà a prepararsi a giocare un'altra partita. Come? Eclissandosi – almeno ufficialmente – dalla scena, marcando una distanza più ampia possibile da tutto ciò che avverrà nei prossimi mesi nei palazzi e palazzetti della politica, facendo “pulizia” in casa propria:già per dopodomani è convocata la Direzione nazionale del partito. Il nuovo congresso è alle porte.

Per Matteo Renzi la sconfitta al referendum è stata fragorosa e dolorosissima. Una sconfitta senza appello. Se l'ex premier aveva creduto che l'appuntamento del 4 dicembre potesse rappresentare per lui quella consacrazione delle urne che finora gli era mancata, quella consacrazione non è arrivata. Ma se non per lui, per chi altro è arrivata? Chi ha vinto tra Salvini, Grillo, Berlusconi, D'Alema e Bersani (che mentre assapora il gusto della vendetta, non si accorge che il 90% del partito di cui fa parte ha votato a favore della riforma e quindi per Renzi)? Tutti e nessuno.

Come si spartiranno i quasi 20 milioni di voti raccolti domenica? Il governo a 5 Stelle che Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista si sono affrettati a preannunciare nelle ore scorse, avrebbe avuto molte più chance di vedere la luce se la riforma costituzionale fosse passata e con essa l'Italicum, l'unica legge elettorale che avrebbe consentito ai pentastellati di governare da soli. Ma il Movimento 5 Stelle ha bocciato la riforma costituzionale e la legge elettorale che prenderà il posto dell'Italicum offrirà loro molte meno opportunità.

È vero: Matteo Renzi ha perso. Ma da solo. Il che significa che quei 13 milioni e mezzo di voti ottenuti domenica rappresentano un patrimonio indivisibile. Chissà se sarà in grado di usarli.

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