Politica

Referendum a Bologna: vince il partito della disaffezione

Solo il 28% ha partecipato al referendum per togliere il finanziamento alle scuole private

L'ex presidente del consiglio Romano Prodi vota al referendum comunale per il finanziamento alle scuole pubbliche e paritarie, Bologna 26 Maggio 2013. ANSA / MICHELE NUCCI

Proprio il referendum che avrebbe dovuto liberare Bologna dal consociativismo virtuoso tra la sinistra e la chiesa ha finito per lacizzare la città delle due Torri. Nel capoluogo emiliano il referendum della sinistra arrabbiata contro la sinistra di governo è stato vinto dal partito laico della disaffezione e dello scetticismo, quel settanta per cento che ha disertato le urne.

Certo, sono la maggioranza alla fine dei conti quelli che sono pronti a togliere i fondi alle materne private guidati dal comitato articolo 33, quelle 27 scuole private che si spartiscono un milione di euro che la giunta di Virginio Merola ogni anno destina, confermando quanto avevano già fatto le giunte di Walter Vitali, di Sergio Cofferati con la benedizione dell’allora presidente della Regione Pierluigi Bersani che ne sancì il modello con una legge regionale.

Solo 86 mila elettori si sono scaldati di fronte a una competizione che aveva preso le forme del dissidio della “Terrazza” di Ettore Scola con quelle firme di sinistra, (Rodotà, Fo, Strada, Guccini) attori e cantanti che avevano fatto del quesito A (togliere il finanziamento alle private) un manifesto, Bologna come Budapest, la città da liberare dalle gerarchie ecclesiastiche e dal Pd corrivo.

Ma rimane solo il ventotto per cento dell’elettorato, ancora meno dei partecipanti alle elezioni della distratta e indolente capitale che fra Alemanno, Marchini e Marino, ha preferito farsi scegliere dai centurioni e fermarsi nel derby bipolare Lazio-Roma.

A Bologna quegli ottantaseimila bolognesi su una platea di 230 mila rimangono il peggiore risultato di sempre in termini di consultazione, una faida che non ha acceso l’emiliano di cuore sempre pronto a scegliere con la forza delle convinzioni, che ha fatto della sua città la mecca della democrazia, per paradosso il suo eccesso.

Rimane solo consultivo e non detta un indirizzo questo referendum che è costato alla città 400 mila euro, che il sindaco Merola è pronto a superare con la necessità dell’amministrazione che si confronta con un modello che funziona e che non serve mettere in discussione, nonostante la fronda di Sel (schierata contro il sindaco, ma in giunta con il sindaco) e l’appello all’urna come plebiscito. Non previsto il quorum, il referendum diventa un esercizio ludico fra la solita Italia che non si capisce, la vecchia e pensionata sinistra contro la chiesa che si mescola con l’altra sinistra, come sempre l’ortodossia contro il compromesso.

Acciaccati e zoppi si sono affrontati a Bologna come arzilli anziani che sognano ancora di fare la Rivoluzione dall’una e dall’altra parte, amarcord di un’Italia che non esiste. A Bologna Don Peppone e Camillo sono stati messi in pensione a braccetto, avversari che ancora un volta piangono il tempo in cui era bello bastonarsi con il marxismo, le encicliche progressiste, il santo Dossetti contro il buono ma comunista Dozza, vecchi castigamatti finiti a darsi battaglia in un asilo.

(Twitter: @carusocarmelo)

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