Politica

Primarie a confronto: i numeri di oggi e quelli di ieri

Tre milioni e centomila elettori, con punte di 440 mila voti in Lombardia. Ma il record rimane quello delle primarie 2005

In bicicletta

Matteo Renzi  in bici a Firenze. 16 novembre 2012 (Credits: ANSA/ Maurizio Degl'Innocenti)

Quando si dice la forza della memoria. “Più che le primarie ci serve un primario”, sentenziò nel 2008 Matteo Renzi da presidente della provincia fiorentina, osteggiato (ricorsi storici) dal Pd e dal suo politburo. E ancora: “Ma può essere che con il Pd più forte d’Italia riusciamo a uscirne a pezzi?”, si chiedeva l’allora non rottamatore che voleva per forza fare il sindaco anche contro il volere del Pd che gli contrapponeva Lapo Pistelli?

Ebbene sì, è possibile, quando ci si mette un regolamento: primarie aperte o primarie chiuse, sedicenni sì o sedicenni no, immigrati dentro, immigrati fuori…

Certo, niente a che vedere con le baruffe sulla registrazione, sulle file (“sono a piazza Ciompi due ore di file”, comunicava ieri al mondo, il sindaco), sul confronto, ma all’americana dei fantastici cinque.

Insomma, una deroga qui, una deroga là, ma pur sempre “grande momento di democrazia”,  “indispensabili”, disse anni fa il politologo Michele Salvati che lanciò l’idea d’estenderle anche per Regioni e comuni.

Pensare che colui che le importò in Italia, fu il saggio, a volte vilipeso per una certa onestà scomoda, fratello acquisito di Romano Prodi, ovvero il politologo Arturo Parisi che addirittura voleva regalarle come metodo al Pdl. “Mi ringrazieranno”, pensava. Chiedete ad Angelino Alfano quanto sia grato a Parisi…

Nate americane, ma subito contestate da chi in America ci ha insegnato, Giovanni Sartori, il quale non le riteneva “un granchè”, tanto più se applicate nel nostro Paese sempre in preda a scimmiottamento americano, “perché come le fanno gli americani…”.

Ebbene, ricredetevi, se perfino i francesi sono venuti a studiarle da noi. Quindi, se innegabile è il successo delle primarie al quale hanno partecipato oltre 3 milioni di cittadini (con il record di 440 mila elettori in Lombardia contro i 356 mila del 2009), c’è da ammettere, come del resto ha già detto questa mattina Romano Prodi, che nel 2005, anno di battesimo delle primarie, gli elettori furono ben 4 milioni (anche se con regole ben più lasche di quelle attuali): bum!

E chi se la ricorda l’incappucciata invisibile Simona Panzino, candidata No global, che appariva con tanto di mephisto? 4 milioni e 300 mila e il plebiscito fu naturalmente per Romano Prodi con il 74 per cento, seguito da Fausto Bertinotti (14%), distaccato Clemente Mastella che non esitò a parlare di “primarie falsate”, addirittura pronto a “mandare amici e figli a controllare”, facendosi forte della sua vetusta esperienza ai congressi della Dc dove “andava via la luce e scomparivano le schede”.

Va precisato che quelle del 2005 erano primarie aperte e di coalizione, senza albo degli elettori, come spiegare: gli infiltrati erano ancora un rischio da correre e tanto più mancavano i sedicenni che faranno la loro comparsa nel 2007 quando le primarie per la premiership si fanno tenzone all’interno del partito. Veltroni, Bindi, Letta, ma la partecipazione già cala (3.517.000). E però sempre di successo si tratta, tanto che l’idea più volte aleggia in via dell’Umiltà e nel Pdl, nonostante mai alla fine si siano celebrate, con dispiacere di Parisi.

Le altre primarie, ma queste di partito, per scegliere il segretario, si celebrano il 25 ottobre del 2009. La partecipazione scende ancora e si attesta a 3 milioni circa, stesso dato delle primarie 2012, ma va ricordato che anche allora erano aperte e senza la preregistrazione, e senza doppio turno come in questo caso.

A contendere la guida a Bersani, era Dario Franceschini, che nonostante non usasse i toni di Renzi, riuscì a strappare un milione di voti contro il milione e seicentomila di Bersani.

E pazienza se a queste primarie, come dicono i numeri, Bersani perda circa trecentomila voti (1.387 mila voti) e Renzi si fermi a 1.099 mila voti. Da par suo Giorgia Meloni, candidata alle primarie del Pdl, non ha esitato a far visita ieri ai gazebo del centrosinistra “per imparare”.

Tuttavia, si sa, che nel Pdl, le primarie rimangono un’incognita o per usare la sempre terragna parola del vicerè siciliano Gianfranco Micciché “una grandissima minchiata”. E tra l’iperbole di Miccichè e i buoni propositi di Alfano, arduo diventa scegliere.

© Riproduzione Riservata

Commenti