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Esclusivo/Parla Preiti: "Ma io i politici li odio ancora"

Dalla sua cella di Rebibbia l'autore della sparatoria davanti a Palazzo Chigi insiste: "Non vedete che la gente è incazzata?"

Lo striscione con l'immagine di Luigi Preiti e la scritta "il 1 maggio è per voi" esposto da un gruppo di esponenti dei centri sociali durante il corteo del primo maggio a Torino (Credits: Ansa/Alessandro Di Marco)

«Come fate a non vedere che tutta la gente è incazzata? Le persone si danno fuoco, anche ieri un altro si è ammazzato. E i politici non fanno niente». Tre settimane dopo la sparatoria di Palazzo Chigi, Luigi «Gino» Preiti non cambia idea. Anche davanti a una sua potenziale vittima. Anche se come amico gli è rimasto soltanto un libro.

Anche ora che dimora in una stanzetta spoglia di 3 metri per 2, la brandina in un angolo, il water a vista nell’altro. E la carta igienica come arredo. Uscito dall’isolamento, Preiti è comunque rimasto solo. Vestito in borghese (jeans, pantofole nere e una blusa bordeaux), alloggia come unico inquilino nel minibraccio del carcere di Rebibbia, a Roma, dove sono ricoverati i soggetti che potrebbero manifestare colpi di testa improvvisi e imprevedibili.

Esattamente come quello del 28 aprile. Il giorno dell’insediamento del governo Letta, Gino arrivò davanti a Palazzo Chigi per uccidere i politici e sparò a due militari dell'Arma. Il carabiniere scelto Francesco Negri se l'è «cavata» con una ferita grave alla gamba; il brigadiere Giuseppe Giangrande, colpito al collo, ha combattuto con la morte e rischia seriamente la paralisi.

Preiti non vuole giornali, però s’informa e guarda la televisione, l’unico lusso della sua cella. È pienamente consapevole del dolore di Martina Giangrande, la figlia del brigadiere. Da pochi giorni Giuseppe e Martina risiedono forzatamente a Montecatone, dalle parti di Imola, dove l’appuntato ha cominciato la riabilitazione in un centro specializzato. «Un primo risultato sarebbe che papà restasse paralizzato solo alle gambe» prega Martina. «Se poi rimanessero solo pochi strascichi sarebbe anche meglio».

È la preghiera, questa, dell’Italia intera. Già, ma Preiti? Qual è la reazione del carnefice? L’uomo sospira dinanzi al deputato Marco Di Lello, poi spiega: «So che devo pagare, è giusto. Ho anche scritto una lettera, ho chiesto scusa al brigadiere e alla sua famiglia». Comunque «non lo rifarei, non so perché l’ho fatto» dice, in opposizione a tutti quelli che lo hanno celebrato come un mito, soprattutto sui social network. Sono scuse che non lo salveranno da una condanna esemplare per il duplice tentativo di omicidio.

Né potranno aiutarlo i suoi familiari, che certo non gli stanno facendo mancare il loro sostegno e qualche visita. La Caritas e la asl provvedono inoltre alle sue esigenze più elementari, come abiti e medicine. Un conforto alla sua anima lo ha invece portato il cappellano di Rebibbia, Sandro Spriano. Ma i dialoghi più frequenti l’uomo li ha con gli agenti della polizia penitenziaria, i cosiddetti confessori laici, come il vicecommissario Luigi Giannelli.

Agli agenti Preiti ribadisce continuamente che lui a Rosarno, in Calabria, faceva «il piastrellista e, d’estate, pure il cantante di piano-bar». Vent’anni fa emigrò in Piemonte, a Predosa, in provincia di Alessandria, dove trovò qualche agiatezza economica, una moglie (Ivana) e un figlio: «Io ho sempre faticato, sono un grande lavoratore». Poi, però, sono arrivate la crisi economica e quella coniugale. «Ho cominciato a giocare: prima il biliardino, poi le slot machine e i videopoker. Ho fatto i debiti. Un po’ per sicurezza, un po’ perché la mia famiglia mi poteva mantenere, ho deciso di tornare in Calabria».

Qui ha scoperto la solitudine del fallito: «Io ho 49 anni e non facevo niente dalla mattina alla sera, mi sentivo inutile». Intanto la sua collera montava. Da lì a pianificare l’attentato è stato un attimo: «Mi è sembrata la cosa più giusta da fare». Anche la più normale. 

Magro, viso intenso, capelli cortissimi e scuri, sempre fresco di rasatura, Preiti ha cura di sé: «Sto bene, sto bene» ripete con nettezza. E si vede: in apparenza è una persona come tante altre, come ti capita di incontrarle per strada, al bar, in treno. Parla un buon italiano, l’accento è soltanto lievemente calabrese. Nulla a che vedere con la macchietta del meridionale troglodita. Conferma insomma le impressioni del pubblico ministero di Roma, Pierfilippo Laviani, che all’indomani dell’arresto certificò: «Non sembra affatto una persona squilibrata». A Rebibbia la pensano tutti più o meno così.

Preiti ha anche chiesto un paio di occhiali nuovi, dopo che i vecchi sono andati distrutti nella colluttazione seguita alla sparatoria. Un’altra richiesta, più importante, riguarda il figlio di 11 anni: vorrebbe incontrarlo, parlargli, spiegargli. Non è ancora accaduto, è ancora presto, il ragazzino deve capire. Anche Di Lello vuole capire: «Lei ha detto di voler ammazzare i politici. Io sono un politico e ritengo di farlo con passione e il giusto spirito di servizio. Cerco quindi di comprendere perché le persone come lei ci odiano così tanto. Io faccio quella strada tutti i giorni e lei avrebbe potuto sparare a me? Perché?». La risposta di Preiti è laconica («Io lei non la conosco»), merita un’ulteriore domanda («Altri invece li conosce bene?») e ottine un movimento con la testa: un sì inequivocabile. L’interpretazione è chiara: Gino puntava ai pesci grossi. Ai pesci del governo.

D’altronde a Laviani confessò: «Ho pianificato ogni cosa 20 giorni fa, ho studiato tutto a tavolino. Volevo fare un gesto eclatante in un giorno importante». E ora? Cosa pensa ora il quasi killer Preiti? Ecco, se è evidente il rammarico per aver ferito Negri e Giangrande, il rancore verso i politici resta intatto. Dice: «Non vedete che tutta la gente è incazzata? Le persone di sanno fuoco. È dovere dei politici conoscere i problemi dell'Italia. Voi dovete mettere avanti il bene del Paese e non mettervi a litigare».

Non è un grillino, ma il Movimento 5 stelle lo ha incuriosito. Lo afferma chiaramente: «Ho sempre votato a destra, poi una volta mi hanno convinto a votare Romano Prodi, poi di nuovo destra. Questa volta avevo da fare e non ho votato ma avrei votato Beppe Grillo. E poi però Grillo viene fatto fuori». 

Il deputato cerca quasi di ribattere: «Questo non è vero, noi (il centrosinistra, nda) abbiamo cercato per 2 mesi di collaborare con lui per il bene del Paese. Ma Grillo si è sottratto completamente al dialogo». Il detenuto annuisce con la testa per la seconda volta, ma non risponde.

Interviene Mauro Mariani, il direttore del carcere: «Onorevole, che dice, continuiamo il giro?». Di Lello concorda e si accomiata tenendosi a distanza dal detenuto. Poi un gesto inaspettato: «Posso comunque stringerle la mano?» chiede Preiti. «Va bene». Il potenziale killer e la potenziale vittima si salutano così, diffidenti, al centro della cella di Rebibbia dove c’è un italiano medio che ha scoperto la banalità del male.

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