Vado Ligure? Repubblica tace

Da Panorama in edicola Tra l’Ilva di Taranto e la centrale elettrica di Vado Ligure non ci sono soltanto mille chilometri di autostrada. In Liguria la magistratura ha operato sino a oggi senza clamori. Niente sequestri né arresti alla tarantina, …Leggi tutto

Da Panorama in edicola

Tra l’Ilva di Taranto e la centrale elettrica di Vado Ligure non ci sono soltanto mille chilometri di autostrada. In Liguria la magistratura ha operato sino a oggi senza clamori. Niente sequestri né arresti alla tarantina, per intenderci. Eppure non è stato smentito dalla Procura che una perizia abbia stimato, fra il 2000 e il 2008, un deciso aumento della mortalità nella popolazione: si parla di mille morti in più. I magistrati indagano per disastro ambientale e omicidio colposo.
A Taranto e a Vado Ligure il copione è identico: impresa inquinante e magistratura inquirente. Il caso savonese è ancora agli inizi, ma le «cimitiere» e i fumi lenti e inesorabili che si scorgono dal Golfo dei poeti sarebbero un buon motivo per un’incursione giornalistica nella terra di Ponente, dove tramonta la dignità del lavoro soffocata da capitalisti senza scrupoli. E la fantasia dei cronisti della Repubblica potrebbe sfogarsi in rivoli di inchiostro colpevolista, della stessa risma di quello iniettato per mesi nell’opinione pubblica per il caso di Taranto e dei Riva condannati preventivi. Invece niente, sull’impianto della Tirreno Power, di cui dal 2002 la Sorgenia del gruppo Cir è stata importante azionista, neppure una riga. Anche dal 19 settembre, quando il Secolo XIX riporta la notizia della relazione dei periti della procura, La Repubblica tace. Evidentemente la notizia sfugge all’occhio selettivo del Grande Editore. Non solo quel giorno, ma anche in quelli successivi. Vado Ligure? Non esiste.
Dato che il garantismo è estraneo alla logica dei due pesi e delle due misure, va detto si parla di una perizia di parte: nessuna verità rivelata. E si dovranno attendere le controdeduzioni dell’azienda, perché De Benedetti ha il sacrosanto diritto di difendersi. E va detto anche che secondo l’Assocarboni quasi un terzo della domanda di energia europea viene soddisfatta dal carbone. Ma intanto La Repubblica impone la regola del silenzio.
A Taranto, cari colleghi, avete lanciato i sassi di un’intifada indegna perché faziosa e ideologica. Mille chilometri a nord, invece, non solo deponete le armi, ma riponete le penne perché avete deciso che i cittadini non devono sapere. Vado Ligure non esiste. Adriano Sofri, per citarne uno, non ha trovato ancora il tempo per una passeggiata tra gli abitanti di questo paesino a due passi da Genova. Tra «le rovine ciclopiche dell’Ilva», invece, Sofri c’è stato a più riprese. Ogni volta ha ritratto «l’inferno dell’archeologia contemporanea» dove i Riva, ha stabilito Sofri con l’inoppugnabile certezza che non abbisogna di processi, sono responsabili di aver «prosciugato la cassaforte dell’Ilva trasferendone le risorse a un labirinto di società industriali e finanziarie». E a chi dice che le bonifiche del territorio costerebbero un paio di centinaia di miliardi di euro, ecco servita la rampogna sofriana: «Non è una cifra, è un’amara barzelletta». Il 31 marzo, sotto il titolo «L’aprile crudele dell’Ilva», l’editorialista fa di conto: «I lavori indispensabili a mettere in ordine lo stabilimento costerebbero poco meno dei 10 miliardi del cosiddetto salvataggio di Cipro».
AVado Ligure, Sofri lo attendono ancora. Prima o poi arriverà. Intanto intervista i dipendenti dalla fabbrica pugliese: «Dicono gli operai più anziani che una volta che l’Ilva fosse disertata e smantellata [...] si scoprirebbe quale irredimibile discarica tossica abbia via via sedimentato il suolo su cui poggia lo stabilimento, e i canali dai quali avvelena i mari».
E a metà settembre, quando in seguito al maxisequestro preventivo i Riva annunciano la chiusura di alcuni stabilimenti, Sofri impugna la penna contro «la ritorsione che vuol mettere questi lavoratori contro quelli dell’Ilva tarantina, e gli uni e gli altri contro procura e gip di Taranto». Sofri mobilita persino Papa Francesco: «Se fossi il papa visiterei le discariche dell’Ilva». Il titolo dell’articolo, manco a dirlo, è «La pelle degli operai». Non è omerico come quello del 5 giugno: «L’Iliade di Taranto». Chissà se a Repubblica qualcuno si accorgerà dell’Odissea di Vado Ligure: anche lì gli abitanti hanno qualcosa da raccontare. Gli operai della Tirreno Power hanno una pelle pure loro, prima o poi l’impeto operaistico sofriano soffierà sulle loro sofferenze. Oppure no?
C’è poi il procuratore di Torino Raffaele Guariniello, quello della condanna dell’Eternit , il fautore della Procura nazionale per i reati ambientali. Guariniello finisce su Repubblica tv per la seguente dichiarazione: «La sentenza Eternit ha delle analogie con il caso di Taranto, per il quale potrebbe essere un precedente». Applausi. Quando però il 17 agosto lo stesso Guariniello partecipa all’evento organizzato dalla rete ambientalista «Fermiamo il carbone» contro la centrale di Vado Ligure, sul lungomare di Zinola non compare nessun cronista della Repubblica. Silenzio.
Come non citare poi la fanfara anti-Ilva del vicedirettore Massimo Giannini, che a Ballarò si scaglia contro il «capitalismo rapace e irresponsabile» dell’Ilva, dove «la gente muore e i mesoteliomi aumentano del 400 per cento l’anno», e poi esalta i magistrati: «Invece di dire che la magistratura è la responsabile dei nostri guai, dovremmo ringraziarla». Finora, va detto, i ringraziamenti di Giannini alla procura savonese non sono pervenuti.
Per chiudere il cerchio debenedettiano tocca menzionare Roberto Saviano. Lo scorso 6 dicembre sulle colonne dell’Espresso descrive la sua «prima volta alla Camera». All’ingresso scorge un corteo di operai dell’Ilva, che manifestano «per il loro diritto al lavoro compromesso da politiche inadeguate, distratte, ladre». Poi aggiunge con tono profetico: «Ma la cosa più triste è che le uniche forze economiche nel nostro paese in grado di rilevare l’Ilva, di bonificarla e di rimetterla sul mercato sarebbero proprio le organizzazioni criminali». Per Saviano quella città è lo «specchio del paese Italia» che «paga le conseguenze di politiche industriali dissennate», mentre è sempre più urgente «immaginare un umanesimo che possa difendersi dall’aggressività del profitto». E dell’Editore. Applausi.

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