Un po’ assomiglia a un orango. E io a un cavallo

Mi hanno detto spesso che somiglierei a un cavallo, anzi a una “cavalla”. Un paragone non proprio lusinghiero, tanto più nella sfumatura al femminile.  Ci ho sempre riso su. Certo, io non sono Ministro della nostra suscettibile Repubblica, e non …Leggi tutto

Mi hanno detto spesso che somiglierei a un cavallo, anzi a una “cavalla”. Un paragone non proprio lusinghiero, tanto più nella sfumatura al femminile.  Ci ho sempre riso su. Certo, io non sono Ministro della nostra suscettibile Repubblica, e non ho alcuna simpatia per Roberto Calderoli, proprio nessuna. Non so se lui somigli più a un maiale o una iena, certamente la Santanché ha qualcosa di pitonesco, la Prestigiacomo ricorda un cerbiatto e la Moretti un alligatore. Giuliano Ferrara su Twitter è @ferrarailgrasso, lo paragonerei a un irresistibile bisonte.

I confronti cogli animali si fanno da quando esistono gli animali. L’uscita di Calderoli denota il pessimo gusto dell’uomo, che non ha mai dato gran prova di sé. Detto questo, che senso ha scendere in piazza per chiederne le dimissioni, come si appresta a fare in queste ore il PD? Semplicemente nessuna. Si dovrebbero alzare le barricate davanti al Viminale, che non è riuscito ancora a chiarire le modalità – da Stato autoritario – con cui è stata espulsa la famiglia del dissidente kazako. Invece c’è chi scende in piazza per chiedere le dimissioni del padre del porcellum per la gravissima colpa di aver tirato in ballo un orango.

Ormai la nostra Repubblica ha elevato la suscettibilità ad alibi per giustificare l’assenza di qualunque Idea. Kyenge somiglia un po’ a un orango, c’è poco da fare. Per il resto, è una donna aggraziata che fa il mestiere a cui è stata chiamata. Se non fosse di colore e si chiamasse invece Martina Rossi, la protesta sarebbe altrettanto fragorosa tanto da far intervenire persino il primo ministro Enrico Letta che ha evocato lo “scontro totale”?

Soltanto quando l’etnia sarà irrilevante e non peserà sui nostri giudizi, avremo davvero sconfitto il razzismo. Fino a quando continueremo a imporre nel dibattito pubblico linee di demarcazione fondate sul colore della pelle, prevedendo delle “aggravanti culturali” per quello che viene detto, sussurrato o sbraitato,  continueremo di fatto a perpetuare, volenti o nolenti, uno schema razzista. Guai a dire “nero” al nero. Il ministro Kyenge non si tocca.

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