ThyssenKrupp 5 anni dopo

Esiste un Caso ThyssenKrupp. L’amministratore delegato di una multinazionale tedesca con cognome tedesco viene condannato per omicidio volontario “con dolo eventuale” a 16 anni e mezzo di reclusione per la morte di sette operai impiegati in uno stabilimento italiano. …Leggi tutto

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Esiste un Caso ThyssenKrupp. L’amministratore delegato di una multinazionale tedesca con cognome tedesco viene condannato per omicidio volontario “con dolo eventuale” a 16 anni e mezzo di reclusione per la morte di sette operai impiegati in uno stabilimento italiano. E’ un unicum a livello italiano, europeo e mondiale, una sentenza epocale paragonabile forse alla condanna a sei anni di carcere per i sismologi che non hanno previsto il terremoto de L’Aquila. Sentenze come queste hanno poco a che fare con il comune senso di giustizia, lo dimostra la reazione di umana solidarietà con cui i familiari delle persone coinvolte accolsero l’attuale ad Marco Pucci, quando a poche ore dall’accaduto l’allora consigliere delegato al marketing si recò presso quello stabilimento mai visto prima. A lui sono stati inflitti in primo grado 13 anni e mezzo di reclusione. Oggi ricorre il quinto anniversario da quei tragici fatti, e lo stabilimento di Torino non esiste più.

C’è una giustizia giusta e una emotiva, ce n’è una di testa e una di pancia. La morte di uno, sette o cento operai per un incendio divampato sul luogo di lavoro è un evento funesto, deprecabile, perché non dovrebbe accadere, mai. L’incendio che divampo’ nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 sulla linea 5 dell’acciaieria di Torino doveva essere evitato, ma da qui a ritenere, come hanno fatto i magistrati in primo grado, che i dirigenti avrebbero “cagionato” quelle morti omettendo di adottare misure idonee alla prevenzione e alla protezione dagli incendi, passa una bella differenza.

Possiamo veramente ritenere che Harald Espenhanh sia l’omicida volontario dei sette operai? Possiamo veramente ritenere che su Pucci (delegato al marketing all’epoca dei fatti) o su Priegnitz (responsabile Amministrazione e finanza) ricada la responsabilità di un omicidio colposo? Consentitemi di dissentire da una tale ricostruzione. Ad oggi, mentre riprende il processo in appello, le linee produttive dello stabilimento torinese, a cinque anni esatti dall’accaduto e a dispetto della sostanziale concordanza tra accusa e difesa sulla dinamica di quei tragici fatti, sono ancora sotto sequestro e non si capisce il perché. In questo modo però viene impedito il trasferimento di quelle linee a Terni, con un grave danno economico per l’azienda (che ha investito milioni di euro in quella regione) e per l’intero indotto.

Il Caso ThyssenKrupp va ben al di là di Torino e tocca uno dei nervi scoperti della competitività del Paese. Sentenze come questa offrono forse la shakespeariana “libbra di carne” alla folla agognante giustizia, ma non rendono giustizia a nessuno, né alle vittime né ai sopravvissuti. Riescono invece in modo formidabile ad instaurare il clima del terrore nella caccia a quello che un tempo era il padrone capitalista e oggi è diventato l’assassino volontario.

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