Silvio Berlusconi, la mafia e gli Ingroia

A distanza di vent’anni il copione non cambia. Vi ricordate la notifica dell’invito a comparire indirizzato a Silvio Berlusconi il 22 novembre 1994, con tanto di scoop sul Corriere della Sera e poi la spettacolare consegna mentre l’allora Presidente del …Leggi tutto

A distanza di vent’anni il copione non cambia. Vi ricordate la notifica dell’invito a comparire indirizzato a Silvio Berlusconi il 22 novembre 1994, con tanto di scoop sul Corriere della Sera e poi la spettacolare consegna mentre l’allora Presidente del Consiglio presiedeva una conferenza internazionale sulla criminalità organizzata a Napoli? L’inchiesta partiva dalla procura di Milano e riguardava la proprietà della paytv e il ruolo di Fininvest. Oggi invece l’invito a comparire in qualità di persona informata dei fatti arriva dalla procura palermitana nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia.

Oggi come allora la citazione dei testimoni viene pompata sulla stampa prima ancora che essi compaiano davanti ai magistrati. Ormai non c’è di che stupirsi quando ad agire è la burocrazia togata che intercetta il Quirinale e se ne vanta. Il pm è sempre lui, Antonio Ingroia, cui va riconosciuto più di un merito, va detto. Innanzitutto, quello di aver trasformato Silvio Berlusconi da temerario mafioso e stragista a “vittima della mafia”, come anticipato, con singolare tempistica, in un’intervista a Libero il 28 giugno scorso dall’ipermediatico Ingroia. Una roba non da tutti. A metà degli anni Novanta sia il Cavaliere che Dell’Utri vengono indagati come mandati occulti delle stragi dei giudici Falcone e Borsellino. La posizione di entrambi verrà archiviata.
Oggi il teorema della pubblica accusa è il seguente: il senatore Marcello Dell’Utri avrebbe taglieggiato Berlusconi per garantirgli il silenzio sui rapporti di lui con Cosa Nostra. E, badate bene, in prossimità della sentenza della Cassazione, che lo scorso marzo ha annullato con rinvio la condanna di secondo grado nei confronti di Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, Berlusconi avrebbe acquistato la villa del senatore a Como a un prezzo non congruo al valore di mercato.

Dell’Utri avrebbe dovuto fargliela pagare meno. A suo avviso, la casa valeva 30 milioni di euro e l’amico Berlusconi ne avrebbe risparmiati almeno dieci. Però, al di là dei dettagli catastali, c’è un fatto: i pm non sono d’accordo. Non era il prezzo giusto.

Ingroia ha anche altri meriti, come dicevo. E’ il pm che esaltava come “icona dell’antimafia” un signore che si chiama Massimo Ciancimino. Il quale Ciancimino, oltre a nascondere petardi in casa e rifilare dichiarazioni, per così dire, poco veritiere (come quelle calunniose rivolte a Gianni De Gennaro), fa parte del manipolo di pentiti che hanno ritirato in ballo i nomi di Berlusconi e Dell’Utri in qualità di “interlocutore” tra la mafia e Forza Italia. Da Gaspare Spatuzza a Stefano Lo Verso, tutte personcine della massima affidabilità.

Ingroia, che si autodefinisce “pm partigiano”, va ai congressi dei partiti e il Csm sta a guardare, ha anche un terzo merito, ed è un merito storiografico. Il gigantesco armamentario di carte processuali attorno alla famigerata “trattativa” è costruito su un non-reato. Si tratta di “indagini meta-giudiziarie a sfondo storico-politico”, come ha scritto Filippo Facci. Quelle carte dovrebbero riempire gli scaffali di uno storiografo, non la scrivania di un magistrato. Dovrebbero formare oggetto di un dibattito tra storici, invece in Italia diventano la linfa di un circo mediatico-giudiziario che oggi, come vent’anni fa, mira a destabilizzare il gioco politico, a influenzarne la dinamica.

E’ una logica golpista. Che da una parte stritola la vita dei protagonisti vittime di un accanimento senza precedenti. Dall’altra ci restituisce una democrazia truccata. Profondamente malata.

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