Sette anni per il Rubygate sono una medaglia al valore

In questo Paese la giustizia fa schifo. E il problema non è Berlusconi, ma i sessanta milioni di cittadini italiani condannati a una giustizia arbitraria, inefficiente, platealmente politicizzata, costitutivamente ingiusta. Lo sanno i familiari dei detenuti in carcerazione preventiva; …Leggi tutto

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In questo Paese la giustizia fa schifo. E il problema non è Berlusconi, ma i sessanta milioni di cittadini italiani condannati a una giustizia arbitraria, inefficiente, platealmente politicizzata, costitutivamente ingiusta. Lo sanno i familiari dei detenuti in carcerazione preventiva; lo sanno i milioni di cittadini contribuenti, che pagano le imposte per ritrovarsi poi a fare i conti con processi decennali. La giustizia in differita non è più giustizia. Lo sanno bene gli imprenditori, che rinunciano a investire in Italia perché la certezza del diritto è un miraggio.

Tra questi imprenditori ce n’è uno, Silvio Berlusconi, che da vent’anni è sotto processo. Precisamente, dal giorno dopo il suo ingresso in politica. Un tale numero di processi e di inchieste da appaiarlo alle figure leggendarie del crimine internazionale.
Si dirà che il cittadino Silvio Berlusconi merita la stessa “giustizia” che tocca ai cittadini italiani, certo. Se non fosse che oggi, pochi minuti fa, è stata emessa una sentenza di primo grado che è una palese e manifesta ingiustizia. 

Un sistema di intercettazioni e pedinamenti di massa, in spregio a un basilare principio di privacy, è servito a confezionare la condanna perfetta: una pornocondanna, per l’appunto. Decine di udienze, tempo e soldi dei contribuenti sottratti alla giustizia “vera” per alimentare il caravanserraglio di una giustizia “falsa” e “falsata”.

La vittima che nega di essere andata a letto col presunto colpevole. La pruriginosità guardona insita nelle domande di una pubblica accusa impegnata nella cruciale missione di appurare se amplesso fu; e in quale forma, fino a che punto. Un processo tutto indiziario, senza prove, che tira in ballo un pubblico ufficiale colpevole di aver svolto il proprio dovere. E poi arriva la condanna a sette anni di carcere, rispetto ai sei richiesti dai pm, con l’aggravamento della concussione (addirittura “per costrizione”) e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Un pastrocchio giudiziario che danneggia, per davvero, l’immagine del nostro Paese nel mondo. E non per la notoria debolezza dell’ex presidente del Consiglio, della quale tutt’al più si può sorridere. Ma per l’uso scriteriato e politico di una giustizia ridotta a brandelli di se stessa. Basta tirare il naso fuori dall’orticello di casa per rendersi conto che altrove il pornoprocesso non si è mai visto. A Milano invece è stato imbastito in modo certosino. Con un finale che non stupisce.

Sette anni, in un processo assurto alle cronache come Rubygate, sono una medaglia al valore. Il monito di una giustizia malata, mediatica, politicizzata e ridicola.

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