Rignano, l’Uomo nero e la linguaccia

Il processo che non si doveva fare. Il Castello degli orchi non esiste e l’Uomo nero si scopre essere il benzinaio cingalese che lavora alla pompa vicino alla scuola reo di aver fatto una linguaccia – proprio così, una linguaccia …Leggi tutto

Il processo che non si doveva fare. Il Castello degli orchi non esiste e l’Uomo nero si scopre essere il benzinaio cingalese che lavora alla pompa vicino alla scuola reo di aver fatto una linguaccia – proprio così, una linguaccia – ad una bambina in macchina con i genitori. “Il cingalese Kelum è sopravvissuto allo tsunami, ma non alla giustizia italiana”, dirà uno dei difensori.
Il processo comincia nel 2006 a seguito delle denunce di alcuni genitori che notano comportamenti strani nei loro figliuoli. Sono bimbi piccoli, tra i 3 e i 4 anni, suggestionabili com’è normale alla loro età. Da lì le famiglie coinvolte via via aumentano. Ci sono le dichiarazioni dei bambini, dichiarazioni rilasciate direttamente ai genitori, cosa alquanto inconsueta.  Interrogare dei bambini richiede un protocollo assai severo codificato nella cosiddetta “Carta di Noto”. Le regole sono rigorose perché i bambini sono soggetti altamente suggestionabili, subiscono l’influenza dei genitori e la distinzione tra realtà e fantasia a quell’età è a dir poco evanescente.
I racconti che ne vengono fuori sono truculenti, non si tratta di semplice pedofilia ma di un misto di satanismo, penetrazioni anali con cocci di vetro, falli automatici e vibratori, tubolari di ferro, droghe e immersioni in piscine di acqua ghiacciata. A parte le parole, però, non c’è nessun segno di natura oggettiva. Nessuna traccia sul corpo, nessuna ecchimosi, nessuna ferita. Il pm di Tivoli delega al maresciallo la nomina di  una consulente per l’esame psicologico dei minori. La consulente si scoprirà essere laureata in Economia e commercio.
Ma le lacune delle indagini preliminari emergono subito. Il Tribunale del Riesame di Roma annulla l’ordinanza di custodia cautelare disposta dal gip a carico di sei imputati. Il pm ricorre contro la decisione del Riesame e la Cassazione nel settembre 2007 dichiara quel ricorso non “infondato”, ma “inammissibile”, ovvero illegittimo. Il problema, argomenta la Cassazione, non è la mancanza della gravità indiziaria, ma la mancanza degli indizi stessi. Le accuse si fondano su presupposti assurdi, non stanno in piedi.
Il giudice dell’udienza preliminare, l’organo che dovrebbe fare da filtro per evitare processi inutili e che in questo caso è forte già di due pronunce rigorose (Riesame e Cassazione), nonostante ciò dispone comunque il rinvio a giudizio. E’ qui che si manifesta la crisi di sistema, il mancato controllo giurisdizionale dell’operato dei pm. Ci vorranno allora tre anni di dibattimento e 400 testimoni per stabilire che il fatto non sussiste.
Ora, assoluzione non significa processo inutile. Dedurre una simile regola di esperienza sarebbe folle. Nel caso di Rignano però il processo è stato inutile. Il giudice aveva ogni elemento per smontare l’accusa ed evitare il processo. Il giudice però non lo ha fatto, non ha smentito il collega pm e, in un contesto di inaudita pressione mediatica, ha rinviato a giudizio i “mostri”.
Rignano è un caso scuola. In Italia il pm agisce di fatto senza controlli. Il giudice, che dovrebbe fungere da argine, non argina un bel nulla perché la carriera, giudicante e requirente, è unitaria, le implicazioni sono infinite quando si parla di promozioni, trasferimenti, sanzioni disciplinari. Pm e giudice sono colleghi. Su Radio Radicale l’avvocato Giandomenico Caiazza ci ricorda che la percentuale di casi in cui i giudici respingono le richieste di rinvio a giudizio dei pm è infinitesimale. La domanda finale è una sola: chi pagherà? Per adesso a pagare sono stati soltanto gli imputati, uniche vittime di un processo inventato.

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