Ricambio generazionale

C’è un problema. Se l’età media della classe dirigente italiana è 59 anni, la più alta in Europa, c’è un problema. O assumiamo aprioristicamente che i nostri giovani sono tutti delle mezze calzette oppure c’è qualcosa che non va. Non …Leggi tutto

C’è un problema. Se l’età media della classe dirigente italiana è 59 anni, la più alta in Europa, c’è un problema. O assumiamo aprioristicamente che i nostri giovani sono tutti delle mezze calzette oppure c’è qualcosa che non va. Non va nella politica, nella pubblica amministrazione, nell’impresa.

Concentriamoci sui partiti. Lo scenario è desolante: l’età media di un senatore si attesta sui 57 anni, un deputato sta sui 54. Il governo del Preside non va meglio: età media 64 anni, i ministri juniores (Balduzzi e Patroni Griffi) ne hanno 57. Poco sembra cambiato da quando nel 2006 si contendevano la guida dell’esecutivo il settantenne  Silvio Berlusconi e il sessantasettenne Romano Prodi.

Nei partiti c’è un problema di ricambio di leadership. Talvolta il principale ostacolo a una normale dialettica interna, fondata sulla competizione di idee e volti, è costituito dall’assetto proprietario del partito. Chi possiede il simbolo, chi è proprietario del partito, chi controlla i cordoni della borsa, comanda. Tuttavia il leader lungimirante sa bene quando è giunto il momento di mettersi da parte per non danneggiare la propria creatura. Se il leader non è lungimirante o è incline a una narcisistica (e umana) volontà di superpotenza, allora tocca ai dirigenti di quel partito, ai cosiddetti “giovani” far capire che si è al gong finale. Senza rancore, ma semplicemente perché il fine comune è il bene della casa comune.

Accade forse questo? Fate un po’ voi. Il “ricambio” nella Lega Nord lo hanno portato coattivamente i pm di tre diverse procure (ovviamente azzuffandosi tra loro per accaparrarsi l’inchiesta bollente). Nel Pd c’è il prode Matteo Renzi, che a 29 anni si è guadagnato la poltrona di Presidente della provincia di Firenze e nel 2009 si è trasferito a Palazzo Vecchio in qualità di primo cittadino del capoluogo toscano. Renzi potrà anche non piacervi, ma concorderete con me su un fatto: i principali nemici da cui Renzi deve guardarsi sono proprio i suoi compagni di partito, i Bersani e le Bindi sempiterne. C’è poi il Pdl, dove per un curioso caso del destino Berlusconi incorona come proprio successore un democristiano doc, Angelino Alfano, antitesi perfetta di quel che era Forza Italia nel ‘94. Lo incorona piazzandogli sulla testina la corona e nella mano lo scettro dinanzi ad una platea in religioso silenzio. Pochi giorni fa, Alfano corre dai “formattatori” del Pdl a Pavia per dire basta alle candidature calate dall’alto e avviare così una nuova fase di rinnovamento all’insegna della democrazia interna. Sono cose che succedono.

Potrei parlare dell’Italia dei Valori, dove i Valori fanno capo ad Antonio di Pietro. Il Movimento 5 Stelle è una macchina da guerra, anche qui il proprietario è uno e uno soltanto, le espulsioni dei dissidenti non si fanno attendere. Persino per Marco Pannella il tempo è passato, il codino bianco si allunga e l’eloquio sfiorisce sotto il peso degli anni. Per fortuna ascoltarlo rinfranca l’animo in mezzo al deserto partitocratico nostrano, ma anche lì, nel Partito Radicale, i trentenni e i quarantenni non si fanno sentire. Se ci sono, sono muti, sordi e ciechi. Allora è tutto un gioco di specchi. I capi che non si arrendono alla massima di saggezza popolare secondo cui “on ne peut pas être et avoir été” (non si può essere ed essere stati), e i seguaci che per un misto di riconoscenza, fedeltà, convenienza aspettano. Aspettano il proprio turno, che poi non è detto che arrivi. Forse ha ragione Luca Ricolfi, che su La Stampa parla di “incapacità” di ricambio. Siamo incapaci, e la colpa è solo nostra.

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