Restaurazione Radicale? Io voto contro

Se lo slogan di un movimento diventa “non si cambia nulla perché nulla cambi”, quel movimento non sorride più. Se lo slogan di quel movimento diventa “squadra che perde non si cambia”, quel movimento non vince più. Ci …Leggi tutto

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Se lo slogan di un movimento diventa “non si cambia nulla perché nulla cambi”, quel movimento non sorride più. Se lo slogan di quel movimento diventa “squadra che perde non si cambia”, quel movimento non vince più. Ci racconteranno allora, e ci racconteremo, che il Regime dei partiti ci boicotta, che se falliamo sui referendum “per migliorare la vita a Roma” è colpa di quei partiti che non ci hanno procurato le firme promesse. Ci racconteranno, e ci racconteremo, che le elezioni comunali a Pistoia erano un passaggio cruciale per rompere i gangli della partitocrazia. Che i referendum per le unioni civili e per il “mare libero” erano un fronte di lotta di respiro nazionale. Poi, sul fondale scriveremo, per acquisire noi stessi più convinzione, che l’amnistia è la prepotente urgenza per uscire dalla “flagranza criminale” di uno Stato fuorilegge. E un bel Stati Uniti d’Europa, che non guasta mai.

A Roma si è chiuso l’XI congresso di Radicali Italiani, un appuntamento a cui non manco da diversi anni. La tessera radicale è per me un atto naturale, come respirare. Quando però “non si cambia nulla perché nulla cambi”, le decisioni si vengono puntualmente rinviate e si fa finta di niente per non urtare nessuno, si smarriscono poi qua e là brandelli di verità. Nel corso dell’ultima giornata di un congresso con poca politica, va detto (ma un eccellente Roger Abravanel), arriva la modifica statutaria proposta dalla direzione, in blocco. La proposta è di mettere nero su bianco che Radicali Italiani non si presenta alle elezioni. E dire che non mi sembrava che tutti i dirigenti la pensassero così, ma per rassicurare Pannella si fa anche questo, prendere la parola, tra i fischi, e sperticarsi nella difesa di un principio che non si regge a rigor di logica, di storia e di strategia.  Sennonché un radicale di Milano, il trentenne Lorenzo Lipparini  (che in Lombardia ha combattuto contro il regime “firmigoniano” e al Celeste ha dedicato una biografia non autorizzata),  si esprime contro la modifica tra gli applausi scroscianti della platea, che alla fine, seppur per tre voti di scarto, la approva. In questo modo l’unico soggetto candidabile, e titolare dei rimborsi elettorali, resta la Lista Pannella, a cui nessuno può iscriversi.

Si può essere pannelliani perché si sente così sotto la pelle, e quella è una verità. Ma i pannelliani di professione, per convenienza, quelli non sanno neppure che cosa sia la verità. In bocca rimane solo l’amaro per aver istituzionalizzato la rinuncia a un’ambizione che qualunque soggetto politico dovrebbe avere, a meno che al posto della politica non si scelga di perseguire il mero mantenimento del potere. Nella faticosa conquista di democrazia interna abbiamo fatto un passo indietro eliminando quella “felice ambiguità” che ci ha accompagnato fino ad oggi (e che si collega strettamente alla teoria della doppia tessera). Poi ci racconteremo, certo, che il problema sono le “cinquine”, le combinazioni di nomi che le regole per l’elezione del Comitato consentono a chi vuole sostenersi  vicendevolmente. Accordi liberi e volontari, che diventano la pietra dello scandalo e del moralismo. Nessuno si scompone invece se una buona parte dei dirigenti sono direttamente o indirettamente foraggiati dalla “galassia”. Certo, noi vogliamo “moralizzare la politica”, o ‘sto cazzo, come disse una volta un compagno di Torino. Rivoluzionari all’esterno, restauratori all’interno: fino a quando?

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