Record di querele per i magistrati. La carica dei superpermalosi

Un conto è farsi passare le carte da un magistrato, e in questo campo ci sono colleghi più esperti di me. Un altro è usare le carte per criticare l’operato di un magistrato. Compulsarle, analizzarle ed esercitare senso critico. Un …Leggi tutto

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– Credits: Imagoeconomiaca

Un conto è farsi passare le carte da un magistrato, e in questo campo ci sono colleghi più esperti di me. Un altro è usare le carte per criticare l’operato di un magistrato. Compulsarle, analizzarle ed esercitare senso critico. Un azzardo che costa caro. Lo sanno bene i colleghi Andrea Marcenaro e Riccardo Arena condannati a un anno di carcere per diffamazione a mezzo stampa. Al direttore di Panorama Giorgio Mulé sono toccati otto mesi senza condizionale per omesso controllo. Ma si tratta davvero di casi isolati?

L’ultima ricerca in materia è stata condotta dal giornalista Roberto Martinelli. Con un lavoro certosino Martinelli ha passato in rassegna l’ampia “letteratura” di citazioni civili e querele presentate contro quotidiani e settimanali dal 1997 al 2004. I risultati consentono di incoronare i magistrati come la categoria più permalosa d’Italia. Un vero record nazionale. Su 657 cause civili, 133 provengono dai magistrati, che si aggiudicano pure la maggioranza di citazioni in sede penale (91 su un totale di 402 casi). Non c’è che dire: le toghe non apprezzano la critica.O meglio: se prometti loro un trattamento di favore, taluni magistrati possono darti di tutto e in anticipo. Se invece le carte vuoi usarle per muovere una timida critica, ecco che arriva la citazione in giudizio. Alla sbarra, davanti ad un altro magistrato – medesima categoria – che dovrà decidere se dare ragione al collega (magari lo stesso che in un organo del Csm potrebbe decidere sul suo trasferimento o sulla sua promozione) e un giornalista, che chi lo rivede più.

Martinelli pare alquanto disincantato. “La professione del giornalista è cambiata. Un tempo eravamo noi a rubare le carte. Oggi il pm te le passa e decide lui che cosa devi pubblicare”. C’era anche un tempo in cui l’Ordine dei Giornalisti si occupava di questo tema con maggiore sollecitudine di oggi. “Ricordo un convegno del ’99 intitolato «Citazioni e miliardi», in cui ci rendemmo conto che quello della diffamazione è diventato un mercato indegno in un Paese civile. I giornalisti hanno certamente le loro colpe, ma l’intimidazione che deriva da certe azioni giudiziarie strumentali fa sì che quel che resta della libertà di stampa venga sepolto per sempre”.Vale l’assioma magistrato-non-morde-magistrato. “Nel 2001 l’ex presidente della Consulta Vincenzo Caianiello propose di affidare la decisione sul contenzioso tra magistrati e giornalisti ad un organo esterno all’ordine giudiziario. La nostra Costituzione però vieta l’istituzione di giudici speciali. Per garantire maggiore trasparenza si potrebbe allora creare una giuria composta da magistrati togati insieme a semplici cittadini in rappresentanza del popolo”. C’è anche la questione non meno spinosa dell’entità dei risarcimenti. “In proposito Caianiello propose di versare all’erario le somme di denaro dovute da giornalisti ed editori a seguito di citazioni da parte dei magistrati. L’ipotesi non fece breccia tra i magistrati”. Eppure una sua logica ce l’ha dal momento che in Italia, quando il magistrato sbaglia, a pagare è lo Stato.

Ma la sacralizzazione di una categoria procede per fasi successive. Viene dapprima codificata una sostanziale irresponsabilità (professionale, civile, disciplinare). Segue la decretazione della inviolabilità della sede: davanti alla Camera dei deputati potete issare qualunque bandiera, ma davanti ad un tribunale  è vietato sostare; manifestare è bestemmia. In ultimo, eccovi la punizione esemplare verso i soggetti “devianti”, che vanno dunque criminalizzati. Il gioco è fatto.

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