Radicali alla sbarra dopo il voto sul ministro Romano

Annalisa Chirico Radicali alla sbarra, e non è quella dei ballerini di danza classica. Il Tribunale democratico valuterà ad horas la sanzione più appropriata contro il reato di astensione sulla mozione di sfiducia nei confronti dell’agroministro Saverio Romano. Così …Leggi tutto

Saverio Romano

Saverio Romano, ministro dell'Agricoltura

Annalisa Chirico

Radicali alla sbarra, e non è quella dei ballerini di danza classica. Il Tribunale democratico valuterà ad horas la sanzione più appropriata contro il reato di astensione sulla mozione di sfiducia nei confronti dell’agroministro Saverio Romano. Così il partito-democratico-mai-nato fa i conti con i sei deputati ribelli, che senza informare il gruppo, hanno osato – addirittura – disobbedire al diktat democratico. Metodi demobolscevichi a riprova, per chi ancora nutrisse qualche dubbio, che il Partito Democratico ad oggi rimane l’incarnazione terrena del compromesso storico tra post comunisti (ormai la maggioranza) e post democristiani (quelli non ancora fuoriusciti).
Su Papa e Milanese, va detto, i radicali non hanno fatto sognare. Quelli del referendum Tortora, della campagna per la giustizia giusta, contro le carceri-Shoah e la carcerazione preventiva. Milanese s’è salvato per il calcolo della Lega; per i radicali sarebbe finito in galera, senza processo. Si dirà: non sarebbe stata la prima volta. Ma questo non conta.
Forse i due episodi serviranno da attenuanti dinanzi al Tribunale democratico. Fatto sta che chi conosce i radicali sa bene che non chiederanno perdono. Alla lapidazione di Romano i sei hanno risposto “amnistia” per le carceri, per i tribunali, per la Repubblica.
La mozione di sfiducia (di per sé una prassi non prevista dal dettato costituzionale) è un atto politico. Il bersaglio è l’agroministro, sul quale si addensano voci e sospetti, nessuna condanna. L’accusa riguarda l’unico reato di natura giurisprudenziale, che nella storia repubblicana ha già travolto e assolto la vita di persone assurte a casi nazionali in quanto vittime di malagiustizia. “Concorso esterno in associazione mafiosa”, mica bazzecole. Nelle pieghe di tante certezze qualche domanda si insinua. Basta essere “in odore di mafia” per essere pubblicamente additato e crocefisso? I processi si fanno nei tribunali oppure nelle piazze e nei Palazzi? Sembra diventato oramai un malcostume nazionale. I pruriti giustizialisti si fanno largo da ogni parte. Tutti impazienti di “fare giustizia”, in fretta, anche sommaria. Il Palazzo dev’essere pulito, immondo. Per depurare occorre epurare. Candeggina al potere.
I radicali processati dal PD e bacchettati da Di Pietro convincono di più. Probabilmente la sfida radicale alle incrostazioni democratiche è giunta al capolinea, e sarebbe ora di prenderne atto. Il PD non si fa contaminare, non ci pensa proprio. Anzi, ha ben detto Mario Sechi. Ogni volta che c’è da dar prova di un’evoluzione in senso riformatore, il PD delude. “Le lancette dell’orologio appaiono inesorabilmente ferme al ’92”.
Sul trattato Italia–Libia, tanto per dire, il PD votò a favore dell’assegno in bianco al Colonnello. Il disegno di legge svuota carceri fu osteggiata e affossata dal PD in combutta con Lega e Idv. Sull’esenzione ICI per le attività commerciali vaticane di nuovo sabotaggio democratico. Sull’amnistia la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro è arrivata a insinuare che i radicali illuderebbero i detenuti alimentando vani “sogni di libertà”, quando di amnistia e indulto manco a parlarne.
Il Partito Democratico, che Marco Pannella proponeva ad Achille Occhetto nel 1990 in una lettera sull’Unità, era ben altra cosa. Un progetto innovatore, dirompente, eversivo. Sarebbe bene prenderne atto, checché deciderà il Tribunale democratico. Da inutile la presenza radicale nel gruppo del PD potrebbe diventare dannosa. Per i radicali, s’intende. Di loro sì che il Paese ha bisogno.

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