Quelli che dicono no all’amnistia solo perché se ne potrebbe giovare il premier

Annalisa Chirico Se dell’amnistia si gioverà anche Berlusconi, a me non importa. Così come non m’importa che Milanese fino a ieri abbia votato a favore di leggi proibizioniste e criminogene, che hanno mandato in carcere poveri cristi senza nome (e …Leggi tutto

(Credits: ANSA/CESARE ABBATE/DRN)

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Annalisa Chirico
Annalisa Chirico

Se dell’amnistia si gioverà anche Berlusconi, a me non importa. Così come non m’importa che Milanese fino a ieri abbia votato a favore di leggi proibizioniste e criminogene, che hanno mandato in carcere poveri cristi senza nome (e spesso senza avvocato). Milanese rimarrà un uomo libero, e io che aborro la carcerazione preventiva (e nutro forti dubbi sulla stessa utilità dell’istituto carcerario) sono contenta per lui.
Non m’importa perché la mia coscienza viene prima della (loro) contingenza. Meglio un colpevole a piede libero che un innocente in carcere. La mia coscienza non funziona a intermittenza. E ripugna la legge del taglione, sempre.
Martedì scorso il Senato si è riunito in via straordinaria per discutere di una questione che il Capo dello Stato ha definito “di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile”. Emergenza giustizia, che vuol dire emergenza carceri. Perché il collasso del sistema giustizia (con un arretrato di cinque milioni e mezzo di processi civili e tre milioni e mezzo di processi penali)produce a valle uno scenario indegno di un Paese civile. 67mila persone stipate in celle che potrebbero ospitarne 44mila. Fuori dalla legalità nazionale e internazionale. Nessuna umanità.

La convenienza politico-elettoralistica spinge i partiti a fare muro: no all’amnistia. Da una parte gli alfieri della sicurezza senza se e senza ma; dall’altra i manettari di professione e quelli per vocazione. Il volto dell’intransigenza inghiotte tutti. A rompere il tabù in Aula, a parte i radicali, solo altri due senatori (Luigi Compagna e Francesco Ferrante).
La convinzione dice altro. Dice che nessun calcolo politico può giustificare la prosecuzione di una tortura legalizzata ad opera di uno stato tecnicamente fuorilegge, ormai delinquente professionale. Uno stato che tiene in galera una folta schiera di presunti innocenti: 28mila, tra appellanti e ricorrenti in Cassazione, di cui 15mila in attesa di un giudizio di primo grado. Per non parlare poi di chi è ristretto per due spinelli, per un furtarello o perché l’ennesima leggina ha trasformato uno status in un reato, senza vittima.

Dal Ministro della Giustizia Nitto Palma apprendiamo che il numero dei detenuti sarebbe al di sotto della “soglia di tollerabilità”: concetto certamente suggestivo, come suggestivo dev’essere il metodo di valutazione. Che cos’è ancora “tollerabile” quando non hai un materasso dove dormire o devi tirare giù una tendina improvvisata per poggiarti su un cesso a cielo aperto?

Non sarà Berlusconi a farmi convincere che l’amnistia è male. Né Milanese mi convincerà che la pena prima del processo è bene.

Ad oggi l’unica risposta al sovraffollamento da parte del governo in carica è stato quel famigerato “piano carceri”, per un totale di zero posti in più e 900mila euro distribuiti a consulenti vari. Ugualmente il collasso della giustizia può essere letto come il risultato delle riforme da Berlusconi promesse e mai realizzate. Tuttavia non sarà questo a farmi recedere dalla convinzione che è urgente far cessare la flagranza di reato a carico dello stato. Ridare un senso alla parola “giustizia”. Ché un senso la parola “giustizia” ce l’ha.

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