Patteggiare e’ giustizia. Vinicio Nardo ribatte a Gramellini

Non c’e’ nulla da aggiungere alle parole dell’avvocato Vinicio Nardo, segretario dell’Unione Camere Penali. Lo spunto viene dall’editoriale di Massimo Gramellini uscito lo scorso 2 aprile su la Stampa, dall’eloquente titolo ‘Palpeggia e patteggia’. Il patteggiamento non e’ una rinuncia …Leggi tutto

Non c’e’ nulla da aggiungere alle parole dell’avvocato Vinicio Nardo, segretario dell’Unione Camere Penali. Lo spunto viene dall’editoriale di Massimo Gramellini uscito lo scorso 2 aprile su la Stampa, dall’eloquente titolo ‘Palpeggia e patteggia’. Il patteggiamento non e’ una rinuncia alla giustizia, tutt’altro. Consente di ridurre il carico di lavoro dei magistrati attraverso un accordo, un compromesso. Certo, si puo’ evitare il carcere pagando. Ma l’idea che l’unica sanzione sia il carcere sa di Medioevo e di ‘occhio per occhio, dente per dente’. Beata civilta’.


L’eco stonata del ‘Buongiorno’
dell’avv.to Vinicio Nardo

In fondo, ci sono sempre stati simpatici quelli che si giocherebbero il proprio regno per una battuta, e con loro siamo disposti ad essere indulgenti, poiché la battuta, quella che ti viene ed alla quale non puoi rinunciare, dev’essere fulminea, e quindi necessariamente imprecisa. Detto questo, l’imprecisione di Massimo Gramellini, nel suo “Buongiorno” del 2 aprile, va invece corretta, perché è la spia, non del pressapochismo gaglioffo del battutaro, ma di quell’equazione ‘pena uguale carcere’ che pervade la nostra cultura: talvolta in modo esibito, più spesso covando sotto la cenere di un garantismo di facciata. Il passaggio illuminante del ragionamento di Gramellini sta nel ritenere la multa non una pena ma una tassa, sostituendo “la logica retributiva con quella contributiva”. Il temine “retributivo”, evidentemente usato non a caso, richiama la concezione filosofico-giuridica della pena come ‘restituzione’ del male fatto; concetto che, tuttavia, dai tempi dell’occhio per occhio dente per dente, si è evoluto nel mondo occidentale, abolendo (quasi) la pena di morte per l’omicidio o l’evirazione per lo stupro, ma evidentemente non riuscendo a superare la soglia culturale di ‘restituire’ al reo qualcosa di diverso da una cella, meglio ancora se fatiscente e sovraffollata. La cosa, allora, non fa tanto ridere, soprattutto se scritta mentre il Parlamento vara norme sulla detenzione domiciliare e la messa alla prova che, seppur limitate, segnano una importante inversione culturale del legislatore e la caduta dei vecchi ostacoli alla riforma delle sanzioni penali. Si ha un bel dire che la situazione delle nostre carceri è da paese incivile, che il nostro sistema giudiziario è affetto da priapismo, che a molti fa più male essere colpiti nel portafoglio, che invece di farli oziare dietro le sbarre sarebbe meglio farli lavorare per la società. Alla resa dei conti, quando il Tg dà la notizia che quel caso utilizzato per aprire l’edizione di qualche giorno prima non porterà a sbattere in cella qualcuno buttando la chiave, eccoci pronti a dimenticare le buone intenzioni, le riflessioni sul valore risocializzante della misura alternativa, le prese d’atto che la Gozzini abbatte drasticamente i tassi di recidiva, la pietà cattolica e la solidarietà laica: tutto salta e i moralisti di turno additano al pubblico ludibrio il solito riccastro che coi soldi si compra tutto (anche gli incorruttibili giudici?) e la sfanga sempre. La politica ha antenne sensibili e Gramellini, che ne è uno dei massimi e più opportuni fustigatori, se ne ricordi quando si troverà ad indirizzare la propria critica sferzante contro il leghista di turno che invoca l’arresto in massa degli immigrati, perché nei comizi di quello potrebbe magari ritrovare l’eco delle battute di qualche suo brillante “Buongiorno”.

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