Nel carcere di Ancona ennesimo suicidio di Stato

Verrebbe da chiamarlo “suicidio di Stato”. Questa volta nel carcere di Montacuto è un uomo cinquantaquattrenne a togliersi la vita impiccandosi ad un termosifone. Il detenuto condannato per aver ucciso la moglie è stato soccorso dagli agenti ma ormai …Leggi tutto

 

Verrebbe da chiamarlo “suicidio di Stato”. Questa volta nel carcere di Montacuto è un uomo cinquantaquattrenne a togliersi la vita impiccandosi ad un termosifone. Il detenuto condannato per aver ucciso la moglie è stato soccorso dagli agenti ma ormai era troppo tardi. Il segretario regionale del Sappe Aldo di Giacomo in sciopero della fame da oltre due settimane ha dichiarato: “Nelle carceri si continua a morire come se fosse una cosa normale, ma non è normale”.

Per la classe politica invece tutto è normale. Il decreto Severino cosiddetto “svuota carceri” si è rivelato un flop: non si può svuotare l’oceano con un cucchiaino. Varato a febbraio quel decreto, alla fine di marzo la popolazione carceraria è addirittura aumentata di oltre 60 unità. Intanto nelle carceri italiane l’estate si preannuncia bollente: a Sollicciano, dove pure ci sono stati due suicidi dall’inizio dell’anno, tre detenuti vivono stipati in celle di appena dieci metri quadri, ci sono i cubicoli dove si fanno i turni per stare in piedi, e in questi spazi così angusti c’è pure il fornetto a gas perché il cibo della mensa non è commestibile, e i detenuti devono cucinare e fare la spesa coi loro soldi.

Lo scorso luglio il Capo dello Stato ebbe a parlare di una “prepotente urgenza”, si riferiva alla questione carceraria. A distanza di quasi un anno re Giorgio non ha rivolto neppure un messaggio alle Camere. I Radicali continuano a battersi senza sosta per l’amnistia,  Marco Pannella ha ripreso lo sciopero della fame, e da più parti si levano autorevoli voci a favore di quel provvedimento, ma è ancora troppo poco, non basta. Intanto il Guardian, autorevole quotidiano inglese, si chiede com’è possibile che siano morti 1000 detenuti nelle prigioni italiane tra il 2002 e il 2012. Come a ricordarci che siamo pur sempre un Paese membro del G8, tra i fondatori dell’Unione Europea, firmatari di una serie (lunga) di convenzioni internazionali a difesa dei diritti umani, incluso il diritto alla vita. In virtù di quello abolimmo la pena di morte. Eppure nelle nostre galere si continua a morire di pena.

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