L’illusione della “preferenza”. Sto con Franceschini, e non è uno scherzo

Sono d’accordo con Dario Franceschini, e non è uno scherzo. “Le primarie son0 belle da dire e drammatiche da applicare”, ha detto oggi il capogruppo del PD alla Camera in una intervista rilasciata a La Repubblica. Franceschini ha …Leggi tutto

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Sono d’accordo con Dario Franceschini, e non è uno scherzo. “Le primarie son0 belle da dire e drammatiche da applicare”, ha detto oggi il capogruppo del PD alla Camera in una intervista rilasciata a La Repubblica.
Franceschini ha ragione. In tempi di retorica anti-casta e demagogica esaltazione della democrazia dal basso/diretta/disintermediata purché non rappresentativa, si parla di legge elettorale come se si parlasse del menù di Natale. Tu lo vuoi più spagnolo o francese? Facciamo un doppio turno o ci facciamo bastare il primo? Il tedesco lo accantoniamo, siamo sicuri?

In questo mare di incertezza è intervenuto nientemeno che Re Giorgio con una bella missiva indirizzata ai Presidenti di Camera e Senato per dire che la legge elettorale s’ha da fare, che piaccia o no. I partiti, fosse per loro, ne farebbero pure a meno. In fondo in fondo il Porcellum è figlio loro. La vexata quaestio però divampa: le liste bloccate le teniamo oppure no?

Grillo e Di Pietro ci hanno costruito sopra un armamentario dialettico niente male contro il vulnus gravissimum inferto alla democrazia. Va detto che sono stati soltanto pionieri seguiti molto presto dalla grancassa della partitocrazia. Alla fine se ne sono accorti tutti: bisogna restituire ai cittadini il diritto di “scegliere” gli eletti, basta coi nominati. Sennonché le liste bloccate non sono un’invenzione italiana, si usano in diversi Paesi ma nessuno lo ricorda: l’idea di fondo è che un partito si assume la responsabilità delle persone che presenta all’elettorato, né più né meno.

La questione però è un’altra: come rendere più diretto il rapporto tra eletti ed elettori? Oggi l’elettore di Montenero di Bisaccia, tanto per dire, non sa neppure chi siano tutti gli eletti del suo collegio. Collegi troppo grandi non funzionano. Le preferenze dal canto loro non risolvono un bel niente. Possono dare l’illusione della scelta, certo, ma a quale prezzo? Ha ragione Franceschini quando ricorda che l’ultima volta che abbiamo votato  con le preferenze è stato nel ’92, debutto di Tangentopoli. Preferenze, in tante aree del Paese, significa voto di scambio, criminalità organizzata, corruzione. Le campagne elettorali in regime di preferenze sono costose assai, libere assai poco, competitive per niente.

Noi vogliamo concorrenza durante la campagna elettorale. Vogliamo conoscere i candidati, sapere chi sono e che idee hanno, quali soluzioni propongono ai problemi concreti della comunità. Confronti sulle idee, non sul peso delle saccocce. Poi chi piglia un voto in più, vince. Quello che serve dunque è il collegio uninominale maggioritario, se volete “all’anglosassone” come dicono i Radicali, un sistema facile facile. Badate bene: i collegi sono di piccole dimensioni e maggioritari, non proporzionali (ché in tal caso si inaugurerebbe la guerra fratricida tra candidati del medesimo partito per  far perdere più voti al proprio partito negli altri collegi della circoscrizione).

Resto convinta che il collegio uninominale è meglio della preferenza. Ha ragione Franceschini. L’ho detto, e lo ribadisco.

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