L’idea della Giustizia per la Lega Nord

Vi ricordate la storia di Alfonso Papa? L’abbiamo seguita da queste colonne, la vicenda del primo parlamentare della storia repubblicana finito dietro le sbarre col placet di Montecitorio per reati non di sangue. Dopo 101 giorni a Poggioreale e …Leggi tutto

Alfonso Papa in un'immagine in Parlamento (Credits: Mauro Scrobogna/LaPresse)

Alfonso Papa in un'immagine in Parlamento (Credits: Mauro Scrobogna/LaPresse)

Vi ricordate la storia di Alfonso Papa? L’abbiamo seguita da queste colonne, la vicenda del primo parlamentare della storia repubblicana finito dietro le sbarre col placet di Montecitorio per reati non di sangue. Dopo 101 giorni a Poggioreale e quasi due mesi ai domiciliari tornò in libertà pochi giorni prima del Santo Natale. Ora che la Santa Pasqua è ormai trascorsa all’insegna della fanfara leghista tra intercettazioni in chiaro, filmati rubati e trote affumicate, sui quotidiani di oggi leggiamo almeno due notizie che s’intrecciano in vario modo con la “saga Papista”.

Sul Corriere della Sera apprendiamo che dopo lo spacchettamento dell’inchiesta sulla Lega tra le bramose procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria i pm Woodcock e Curcio (gli stessi del processo Papa) indagheranno sulle commesse ottenute dal Vaticano e, sentite un po’, sulla “mazzetta” da un milione e 250mila euro che l’imprenditore Stefano Bonet avrebbe versato a Lorenzo Borgogni quando questi era il responsabile del settore relazioni istituzionali di Finmeccanica.

Si dà il caso che a un certo punto dell’indagine su Papa tale Borgogni venga convocato (non si capisce bene a che titolo) dai pm partenopei. Borgogni accusa il deputato di concussione durante un interrogatorio i cui verbali però risultano sprovvisti di data (e quindi inutilizzabili per eventuali contestazioni in udienza), fino poi alla completa ritrattazione dinanzi al giudice lo scorso 7 febbraio. Mera coincidenza? Decidete voi.

Sul Giornale lo stesso Papa racconta il suo incontro con Roberto Maroni il giorno prima del voto sull’arresto. A Maroni egli aveva fatto pervenire le carte dell’inchiesta, ma l’esponente leghista con il candore proprio di chi tiene in massima considerazione i valori delle garanzie procedurali e della libertà personale confidò a Papa che della sua vicenda non gli importava alcunché perché preminente era la necessità di dare un segnale politico ai “suoi”. C’è da stupirsi?

In fondo il Maroni di “Pulizia Pulizia Pulizia” è esponente di un partito che quel memorabile 16 marzo 1993 sventolava un cappio a Montecitorio; un partito che pur ritrovandosi implicato (e condannato) per le tangenti ottenute da Enimont stabilì presto un’intesa amorosa con i magistrati di Mani Pulite partecipando e spesso promuovendo le manifestazioni inneggianti alle indagini a tutto spiano; un partito il cui europarlamentare Matteo Salvini in clima di festa per l’eroico gesto delle dimissioni di Bossi jr – dimissioni che fino a ieri però nessuno aveva osato chiedere apertamente – oggi dichiara:

“La giustizia della Lega è più cattiva e spietata di quella ordinaria, per noi i tre gradi di giudizio non esistono”.

Ora, quando il Parlamento votò l’arresto di Papa per un capo d’imputazione (l’associazione per delinquere) che il 7 novembre 2011 la suprema Corte di Cassazione dichiarò destituito di fondamento, Maroni doveva far fronte alla superiore e pressante urgenza di mostrare al Capo quanto pesava la sua forca. A dimostrazione che l’autorizzazione all’arresto così com’è non serve a nulla se non a consegnare al compromesso politico tra fazioni opposte la libertà personale in un mercimonio senza dignità perché senza coscienza.

E’ per questo che la carcerazione preventiva va drasticamente limitata ai reati di sangue, e l’autorizzazione all’arresto va semplicemente abolita. Il parlamentare come il comune cittadino nel diritto, non nell’abuso. 
Al partito dalle forche uncinate e dalle lauree transfrontaliere noi non neghiamo il nostro garantismo. Che la giustizia faccia il suo corso, indagato non significa condannato. La Costituzione, quella cara ai Casini e ai Fini, ci considera non colpevoli fino a sentenza definitiva.

Quando ci sono in ballo pulizia e onestà però, si può derogare persino alla Costituzione. Del resto, le manette talvolta convengono. Sono il prezzo da pagare, anzi da far pagare agli altri.

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