L’ad di Thyssenkrupp: Io non sono un assassino

Panorama, in edicola il 24 gennaio «Io non sono un assassino». Se lo ripete di continuo, Marco Pucci: nell’aprile 2011 fu condannato in primo grado a 13 anni e mezzo di reclusione per omicidio plurimo per colpa cosciente. Nella notte …Leggi tutto

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Panorama, in edicola il 24 gennaio

«Io non sono un assassino». Se lo ripete di continuo, Marco Pucci: nell’aprile 2011 fu condannato in primo grado a 13 anni e mezzo di reclusione per omicidio plurimo per colpa cosciente. Nella notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007, all’interno della linea cinque dello stabilimento torinese della Thyssenkrupp Acciai Speciali, un incendio inghiottì le vite di sette operai. A quel tempo Pucci era consigliere delegato per il settore commerciale e il marketing della Thyssen; dallo scorso aprile è diventato amministratore delegato della multinazionale, in sostituzione del tedesco Harald Espenhahn cui è toccata una sentenza senza eguali in Europa: 16 anni e mezzo di carcere per omicidio volontario aggravato dal dolo eventuale.

Il processo di appello dovrebbe concludersi entro questo gennaio, al più tardi ai primi di febbraio. Pucci è sposato e ha due figli di 23 e 19 anni. Come ha spiegato loro che, se la sentenza fosse confermata, per lui potrebbero aprirsi le porte del carcere? «Non gliel’ho spiegato» risponde «perché non voglio neppure pensarci. Continuo a confidare nella giustizia. La condanna di primo grado mi attribuisce responsabilità inesistenti: prima del tragico incidente io non avevo mai nemmeno messo piede in quello stabilimento».

Proprio così: Pucci varca per la prima volta la soglia della fabbrica piemontese pochi giorni dopo il rogo per portare il cordoglio ai familiari delle vittime. Le sue deleghe aziendali, del resto, non avevano alcuna attinenza con aspetti tecnici e produttivi, inclusi quelli relativi alla sicurezza sul lavoro. «Mi sembra di vivere un incubo kafkiano, una situazione surreale come in Detenuto in attesa di giudizio» mormora: il riferimento è al film di di Nanni Loy del 1971, interpretato da Alberto Sordi. A Pucci non sono toccate le manette preventive, ma se i giudici in appello confermeranno la condanna il carcere diventerà una possibilità concreta. «Se pensassi all’eventualità di finire dietro le sbarre» aggiunge «non riuscirei più a vivere, né a portare avanti l’impegno di amministratore delegato, tanto più in una fase delicata per la società che dopo la cessione a un gruppo finlandese è ora alla ricerca di un compratore».

Come una spada di Damocle, pende sulla testa di Pucci una condanna «esemplare», lui la definisce così, che cadenza il silenzioso rintocco di un conto alla rovescia nella speranza che la sentenza finale ripari «all’errore di percorso in prima istanza». Prosegue il manager: «Sono stato condannato sulla base del teorema per cui, in quanto membro del consiglio d’amministrazione, non potevo non sapere. Ho appreso dai magistrati di far parte di un presunto comitato esecutivo con i colleghi Espenhahn e Gerald Priegnitz: un organo non costituito formalmente, ma di fatto, deputato ad assumere tutte le decisioni. In appello vogliamo dimostrare che si tratta di una ricostruzione priva di fondamento: questa “cupola” non è mai esistita».

Stando alle parole di Pucci, nessun consigliere assumeva decisioni in sovrapposizione o in sostituzione di altri, e dai documenti sequestrati dalla Procura di Torino non ce n’è uno che attesti l’esistenza del comitato.

Se si potessero portare indietro le lancette dell’orologio, c’è qualcosa che lei non rifarebbe? «Sfortunatamente non possiamo cambiare il corso degli eventi» risponde Pucci. «Ma se tornassi indietro mi comporterei esattamente allo stesso modo, recandomi a Torino subito dopo l’incidente. I familiari mi accolsero con garbo e parole di comprensione. “Ingegnere, lei non c’entra nulla”, mi dissero».

L’immagine della società ne è uscita a dir poco ammaccata. Pucci, anche qui, denuncia un’informazione a senso unico, ricalcata sulle ragioni dell’accusa e senza riguardo per quelle della difesa: «l tam tam mediatico ci ha condannato prima ancora dei giudici, ha inculcato nell’opinione pubblica l’idea che i manager della Thyssen fossero degli assassini a prescindere».

Sospira, poi aggiunge: «Hanno dipinto un’azienda votata esclusivamente al profitto, neanche fossimo una banda di assassini. Dopo la sentenza non c’è stato neppure un giornalista che abbia voluto dar voce a noi, ai condannati. A commento di quel verdetto invece ho letto numerose interviste rilasciate dal pm Raffaele Guariniello».

Va detto che la condanna per omicidio volontario con dolo eventuale nei confronti dell’allora amministratore delegato, Espenhahn, ha segnato un precedente unico a livello europeo, i cui effetti si ripercuotono inevitabilmente sulla competitività dell’intero sistema Paese. «Per attrarre gli investimenti necessari alla crescita dell’economia italiana le sentenze non dovrebbero essere esemplari ma giuste» commenta Pucci. «Serve la certezza del diritto senza eccessi giudiziari né mediatici che alimentano emotività e suggestioni interferendo nel processo di accertamento della verità».

La sentenza d’appello potrebbe arrivare in poche settimane. «Sono sereno e fiducioso che questa disavventura giudiziaria sarà presto soltanto un brutto ricordo. Io non sono un assassino» ripete Pucci seduto alla scrivania da cui dirige l’acciaieria nel quartier generale di Terni. Ogni giorno è un giorno in più da uomo libero e uno in meno da un verdetto che potrebbe catapultarlo nella cella di una galera italiana. Non pensa mai alla possibilità di abbandonare l’Italia per evitare il carcere? «L’idea non mi ha mai nemmeno sfiorato. Anche nell’ipotesi remota che quella condanna ingiusta diventasse definitiva, affronterei la pena. Un innocente non scappa».

di Annalisa Chirico

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