La vilta’ della classe politica davanti ai magistrati

A pochi giorni dal voto sulla decadenza di Berlusconi, vi ripropongo questa intervista a Mauro Mellini su come nel ’93 la classe politica si consegno’ mani e piedi alla magistratura. L’ho raccolta per il settimanale Panorama, poche settimane or sono.…Leggi tutto

A pochi giorni dal voto sulla decadenza di Berlusconi, vi ripropongo questa intervista a Mauro Mellini su come nel ’93 la classe politica si consegno’ mani e piedi alla magistratura.
L’ho raccolta per il settimanale Panorama, poche settimane or sono.

Tra pochi giorni assisteremo a un nuovo episodio di questa degenerazione senza limite.

Buona lettura,
Annalisa

“La giustizia italiana procede per campagne: contro il terrorismo, contro la mafia, contro il malaffare politico. La riforma dell’art. 68 della Costituzione fu la risposta parlamentare alla crociata giudiziaria anti-corruzione”. A parlare è Mauro Mellini, classe 1927, avvocato e deputato radicale tra l’‘87 e il ‘92.

Lei siede nella Giunta per le autorizzazioni a procedere fino al ’92. Come ricorda quegli anni?

Le richieste di autorizzazione a procedere arrivavano con cadenza quotidiana. A un certo punto io stesso, che ero considerato un “cattivo”, notai che il fumus persecutionis verso il parlamentare era sempre più evidente. A Pietro Battaglia, sindaco DC di Reggio Calabria per una settantina di giorni prima di scegliere il seggio parlamentare, capitò di essere accusato di “usurpazione di terreno demaniale” per un’opera realizzata da un suo predecessore dodici anni prima. Lo volevano fregare e nominarono me relatore. Ma io avevo intuito che Battaglia era nel mirino della sinistra. L’accusa non stava in piedi. Mi espressi contro la richiesta e Anna Finocchiaro replicò che l’usurpazione era reato permanente. Le risposi che il fumus persecutionis aveva ceduto il posto al fumus affinitatis.

Nel corso della X legislatura (1987/1992) su 174 decisioni i dinieghi alle richieste di autorizzazione furono 101. Nella XI, per l’esattezza fino al 15 novembre ‘93, data di entrata in vigore della riforma, alla Camera pervennero 619 domande, le quali o non furono delibate (nella maggior parte dei casi) oppure furono negate.

Indubbiamente ci fu l’abuso di uno strumento concepito come uno scudo contro l’invadenza giudiziaria e trasformatosi poi in un privilegio.

In seno all’Assemblea costituente fu Costantino Mortati a redigere e a illustrare l’articolo sull’inviolabilità delle assemblee parlamentari.

A distanza di vent’anni possiamo dire che sarebbe stato meglio tenersi quell’articolo così com’era stato pensato. Lo scopo era preservare l’equilibrio dei poteri, impedire a un qualunque magistrato di tenere sotto ricatto un politico o di interferire indebitamente con la sovranità popolare. Secondo un antico brocardo, “adducere inconvenientem non est risolvere casum” (addure un inconveniente non significa risolvere il caso, ndr). In Italia c’è invece la tendenza a legiferare sugli inconvenienti producendone ogni volta di nuovi. Il risultato è l’elefantiasi ordinamentale, che consente agli interpreti del diritto di diventarne padroni assoluti.

Prima della riforma, al cessare della legislatura l’ex parlamentare era automaticamente inquisito?

Teoricamente sì, ma nella prassi ciò non avveniva. Raramente i parlamentari venivano ripescati, o perché si era perso interesse o per via della prescrizione.

Dopo il ‘93 la richiesta di autorizzazione rimane in piedi per l’esecuzione di atti privativi o restrittivi della libertà personale. Si può dire che rispetto alla Prima Repubblica lo schermo autoprotettivo della classe politica si sia incrinato?

Nella Seconda Repubblica l’uso politico della giustizia non vede più una reazione consociativa trasversale. Si è passati dalla conventio ad excludendum (per escludere il procedimento penale sempre, indipendentemente dal colore politico dell’interessato) alla conventio ad applicandum, ovvero alla rincorsa a soddisfare le richieste dei magistrati cercando di trarne, ove possibile, un dividendo politico.

Il 12 ottobre 1993 la Camera approvò la riforma con 525 sì, 5 no e 1 astenuto. Al Senato nessun voto contrario.

Tra i cinque deputati contrari c’era Vittorio Sgarbi. Prevalse perlopiù la grande paura, il voto fu un gesto di viltà con cui la classe politica offrì la gola al coltello sacrificale di Mani Pulite. Nel ’93 io entrai a far parte del Csm e lì lanciai l’espressione ‘pulizia etnica’ riferendomi alle operazioni messe in atto per liquidare tutti i magistrati con funzioni dirigenziali che non fossero in linea con le posizioni del partito dei magistrati.

“Il partito dei magistrati” è il titolo del suo ultimo libro. Una provocazione?

No, è un lucido convincimento. Berlusconi ha sempre parlato di un complotto dei giudici comunisti contro di lui. E’ vero che i magistrati comunisti erano a capo del partito dei magistrati, ma il fenomeno vero sta nella trasformazione della magistratura in un autentico partito. Da corpo in cui vi erano alcuni prevaricatori la magistratura si è trasformata in un corpo prevaricatore, la cui macchina di persecuzione è reale, ben oliata, funzionante e non è utilizzata soltanto nei confronti di Berlusconi. In alcuni atti congressuali dell’Anm o di Magistratura democratica degli anni ‘70 già si teorizza l’ “uso alternativo della giustizia” e la “via giudiziaria al socialismo”.

Dunque un partito che usa il potere giudiziario per annientare l’arcinemico.

Pensi alla persecuzione di Berlusconi. C’è un fatto che non viene mai ricordato ma che è persino più tempestivo della clamorosa consegna dell’avviso di garanzia a Napoli. Grazia Omboni, sostituto procuratore a Palmi, dove Agostino Cordova era titolare dell’inchiesta anti-massoneria, mandò la polizia giudiziaria presso la sede di Forza Italia per ottenere l’elenco dei candidati e degli affiliati ai club del nascente movimento. E’ chiaro che sin dagli albori Fi è nel mirino del partito dei magistrati.

Qualcuno compirà l’atto impopolare di rimettere in discussione quella riforma?

Oggi vedo piuttosto il rischio che sia abolito anche quanto rimasto.

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