La farfalla di Belen, l’unica bella nota di Sanremo

di Annalisa Chirico La farfalla, il “caso farfalla”, l’“effetto farfalla”. Si potrebbe rinominare così il fragore nazionale scatenato da un lepidotterino tatuato sull’inguine di una creatura incantevole, bella come poche, botticellianamente avvolta in un abito verde e pesca, tutto spacco …Leggi tutto

Belen Rodriguez sul palco del teatro Ariston durante la seconda serata del festival di Sanremo, 15 febbraio 2012. ANSA /ETTORE FERRARI

Belen Rodriguez sul palco del teatro Ariston durante la seconda serata del festival di Sanremo, 15 febbraio 2012. ANSA /ETTORE FERRARI

di Annalisa Chirico

La farfalla, il “caso farfalla”, l’“effetto farfalla”. Si potrebbe rinominare così il fragore nazionale scatenato da un lepidotterino tatuato sull’inguine di una creatura incantevole, bella come poche, botticellianamente avvolta in un abito verde e pesca, tutto spacco e tagli.

La farfalla che Noemi aveva scelto per i biglietti d’invito alla fatidica festa del diciottesimo compleanno; la farfalla che la ragazza di Casoria sfoggiava su un anello il giorno del suo primo voto; la farfalla a cui l’allora direttrice de L’Unità Concita de Gregorio aveva dedicato un celeberrimo editoriale, come scordarlo, sulla farfalla-dono per tutte le ospiti di villa Certosa; la farfalla che la già Ministra Mara Carfagna indossava come ciondolino di un paio di orecchini ai tempi delle elezioni europee, che tempi, prima della conversione al look castigato-capello corto alla Giovanna d’Arco. La farfalla, due ali che come due labbra si muovono a ritmo per volare, in alto.
In Italia è bastato un battito d’ali per riaprire il dibattito sull’immagine della donna in tv. E il confronto ha assunto toni epici se è intervenuta addirittura la Ministra tecnica del Lavoro e delle Pari Opportunità Elsa Fornero. La quale Ministra si è detta “offesa”, supremamente offesa, per lo svilimento del ruolo della donna. Ce lo ricorda lei che insieme a Camusso, Marcegaglia, Severino Cancellieri è probabilmente tra le protagoniste principali della politica di questi mesi. Altrettanto agguerrita sul fronte anti-farfalla è Lucia Annunziata, già presidente della Rai ed autorità indiscussa del giornalismo italiano, la stessa che ogni domenica raccoglie succulenti interviste su RaiTre, la rete il cui telegiornale è diretto, guarda caso, da un’altra donna. La Annunziata ci ricorda con tono querimonioso che le persone normali, ahinoi, non hanno spazio, “prevale l’estetica”.

La Fornero detesta quel “la” perché in quel “la” ci sarebbe già una differenziazione di genere, lei che tira le orecchie al collega Passera e mette in riga il sottosegretario Martone. La Annunziata, pure a lei, il “la” non piace granché, lei che insorse con impeto censorio (e femminista, s’intende) contro lo stacchetto osé soprannominato la “scossa” in un popolare programma di RaiUno. Entrambe scosse dalla farfallina di Belen. Cambiano canale loro, e si dimenano contro il modo in cui la tv – maschile e maschilista – tratta le donne, contro il modo in cui le donne “vengono trattate”. E se le donne, anziché “venire trattate”, invece trattassero?
La retorica sessantottina calata nel 2012 desta qualche perplessità. Le donne trattano, negoziano e firmano contratti. Scelgono un lavoro, anche la striptosa in fondo lavora. Forse è questo il boccone difficile da mandare giù. Voglio dire, perché una donna, che ha fatto del corpo e dell’ immagine il proprio core business, che nell’esteriorità investe perché con l’esteriorità guadagna, dovrebbe essere un “cattivo esempio”? Belen è una showgirl, non si spaccia per altro. “Faccio parte del mondo della tv e la tv è show. Non faccio le leggi”. Il clamore sarebbe stato forse comprensibile se la Fornero fosse arrivata ad un incontro con la Camusso con uno spacco assai poco austero. Lì Monti si sarebbe adirato, e ne avrebbe avuto motivo. Ma lo show non è il governo, lo show è spettacolo, esagerazione, audacia, finzione. Lo show deve ammaliare, far sognare, e il corpo appartiene a chi lo possiede.
Le paladine delle donne, quelle che si autoproclamano tali senza investitura alcuna, non vogliono la “donna oggetto” perché non riconoscono la “donna soggetto”. Esaltano alcuni modelli per deprecarne altri. Lo fanno dall’alto della loro – la loro – morale che vorrebbero generalizzare all’intero creato. Con la bacchetta di un moralismo amorale decidono che la ricercatrice è bene, la modella è male; la madre è bene, la ragazza ye ye è male; l’imprenditrice è bene, la modella è male. “La televisione ha dato cattivi esempi”, sentenzia solennemente la Fornero. Ma perché la tv dovrebbe elargire esempi? L’eticizzazione del tubo catodico è la punta avanzata della battaglia per imporre un modello unico, quello che voi, governanti dell’oggi o del domani, considerate moralmente “giusto”. Peccato che la vera ricchezza risieda nella diversità che è libertà. Libertà di usare il proprio corpo per i propri fini senza che questi debbano essere oggetto di un confronto nazionale per appiccicarvi sopra l’etichetta del “consentito” o del “proibito”.
La deriva sfascista di chi auspica, senza troppo arzigogolare, una censura preventiva in tv e sui giornali dimostra che questa retorica col femminismo ha ben poco a che spartire. Sa di corporativismo, di sindacalismo a pois rosa, di moralismo amorale in quanto negazione della libertà individuale. Le donne loro non vogliono liberarle dagli stereotipi, ma incastonarle dentro, con più vigore. Diffidate delle donne di serie A che si sentono più “giuste” di quelle di serie B. “Certi eccessi delle femministe le avvicinano, per curioso paradosso, alle zitelle bigotte che in un po’ di nudo vedono sempre il diavolo”, lo disse Enzo Tortora chiedendosi se non era il caso di mettere dei calzoni anche alle gambe dei tavoli. “Così, in fondo, non sono indecenti?”. Di indecenza però non è mai morto nessuno.

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