“Io sapevo che tu eri lesbica…” E passò Scilipoti

Potrei dirvi che è capitato a qualcun altro, invece è successo a me. La realtà che supera la fantasia, e di colpo ti trovi a vivere in un film di cui sei diventata la protagonista principale, tuo malgrado. Gli ingredienti …Leggi tutto

Come finisce una storia d'amore (Credits: Andrea D'Errico/LaPresse)

Come finisce una storia d'amore (Credits: Andrea D'Errico/LaPresse)

Potrei dirvi che è capitato a qualcun altro, invece è successo a me. La realtà che supera la fantasia, e di colpo ti trovi a vivere in un film di cui sei diventata la protagonista principale, tuo malgrado.

Gli ingredienti ci sono tutti: io, lui e l’altra. Il tavolino di un bar in una zona centrale di Roma, il cellulare di Troia. Proprio così. Lui accampa scuse su scuse. Questa ragazza lui l’aiuta da buon samaritano qual è perché lei non lavora, è appena ventenne, non ha nessuno al mondo e, per di più, è malata (leucemia in stato terminale). Io sono una “matta”, vedo ombre ovunque, non ho pazienza. Ma se stanno così le cose, perché non posso conoscerla? No, non puoi conoscerla perché lei è depressa e possessiva. Piange di continuo e pensa che “tu potrai avermi per sempre, lei solo per qualche mese”. Quelle cose che ti fanno sentire piccola piccola, un po’ meschina, quasi un verme. Forse sto sbagliando, forse esagero, forse dovrei “contenermi”.

Andiamo avanti. Seduti al bar, mentre lui sorseggia una coca cola e mi guarda cogli occhioni affranti di chi dice “Ma tu sei la mia vita, ti amo come nessuno mai”, io non riesco neppure a ingoiare una patatina. Mi attacco alla bottiglia dell’acqua, bevo freneticamente e più lui parla più io capisco che c’è qualcosa che non torna. Il quadro è opaco, manca un tassello e tocca a Nancy Drew trovarlo. Così mi viene un lampo di genio:

“La chiami davanti a me?”. Io tendo la trappola e lui ci casca. “Certo, subito”, risponde. Dopo trenta-secondi-trenta dall’inizio della telefonata gli chiedo di passarmela, agguanto il telefono. Bastano poche parole: dall’altra parte, una voce senza pretese.

“Finalmente ora so di voi due”, le dico, “lui mi ha spiegato tutto, meglio saperle le cose, spero di conoscerti presto allora”.

Lei, che vuole tenergli il gioco ma ha pur sempre un briciolo di orgoglio, ribatte: “Io non voglio dire bugie”. Lui mi osserva con il suo giocattolo al mio orecchio, ha fatto la mossa sbagliata, se n’è accorto tardi. Mi chiede di restituirgli il telefono, io la faccio parlare ancora un minuto, lei si scopre. Quel telefono glielo scaravento in faccia. Le persone sedute ai tavoli si gustano la scena. Un uomo passa vicinissimo a noi, getta uno sguardo. Lo riconosco, è l’onorevole Scilipoti.

Mi alzo in piedi, corro al taxi. Lui mi insegue, che fai, rimani qui, dove vai. Mi si avvicina e allora Annalisa diventa Kay Scarpetta, è la seconda metamorfosi. Piove, lui abita a duecento metri da quella piazza. La pioggia è battente, ho un guizzo, vado sul luogo del delitto. Corro sotto la pioggia, lui mi insegue, gli sta crollando addosso tutto. Intanto, mentre cammina a passo svelto, chiama al telefono, dà istruzioni. Sono sotto il palazzo, suono a caso e un santo, un santo, mi apre subito. Secondo cancello: lui è arrivato, tira fuori la chiave mentre impreca contro di me. “Sei una pazza, ho una persona a casa”.

Ecco lì l’ascensore, salto dentro, lui si mette di traverso. Io, ormai pienamente a mio agio nella parte dell’investigatrice senza scrupoli, voglio andare a fondo. Comincio a urlare: “Non mi mettere le mani addosso”, lui in realtà non mi sta toccando ma continua a bloccare l’ascensore. Clicco 2,3,4. Cerco di tirarlo dentro, ci riesco. Ormai lui è impotente. Arriviamo al terzo piano dopo una sosta al secondo. Ci dirigiamo verso l’appartamento lui apre e la chiama, ma io sono già sgattaiolata dentro e ho perlustrato ogni stanza. Niente, non c’è traccia. Nella camera da letto mi concedo una sosta masochistica, fisso il letto. Ai piedi del “nostro” letto adesso c’è un borsone estraneo, è di lei (per fortuna la mia roba l’ho portata via due giorni prima).

La ragazza senza pretese ha liberato la casa, gli tiene gioco. Lui la chiama al telefono, ha capito che non c’è scampo o forse si illude di poter continuare la farsa, ma ha fatto male i conti. Lei torna insieme a un tizio, un fotografo, che diventa spettatore di una scena da film.

Lei è seduta, si copre le orecchie mentre lui la istruisce: “Dille che non stiamo insieme, dille che non scopiamo”. Lei è nelle mani di lui, mi fa quasi tenerezza. Mi avvicino a lei con delicatezza, lei non c’entra nulla. “E’ tutto tuo”, ribatte, “Che devo dirti? Chiami di continuo quando siamo insieme, anche oggi che eravamo a fare una bellissima gita ai laghi”. La gita ai laghi? Lui mi ha raccontato di averti portato da un endocrinologo a Viterbo, ché hai una malattia terminale. Lei mi guarda, sbianca: “Sono sana come un pesce”.

Gli ha tenuto gioco e glielo tiene, ma qualche crepa si manifesta, è il peso dell’orgoglio, la complicità tra femmine che per mesi hanno condiviso lo stesso uomo. Mi ha detto che sei lesbica, che hai una fidanzata a Roma. Lei mi guarda come per dire: “Ma che stai a di’, me piace l’omo”. E’ semplice, è una ragazzetta semplice.

Ora tutto è chiaro. Lui sbigottito, io corro verso la porta d’uscita, da dietro mi urla: “Vai via, vai via”. Lui, stratega per natura e professione, ora è rimasto con un pugno di mosche in mano. Lui che si illudeva di poter controllare tutto e possedere tutti ha incassato una sonora sconfitta, game over. L’ho fregato, sono stata più astuta di lui che ha fatto la mossa sbagliata. Scacco matto.

Arrivo alla fermata dei taxi, il telefono squilla di continuo. Gli rispondo e lui mi chiede dove sono, mi vuole raggiungere. Prendo il primo taxi e corro a casa. Nel tragitto il suo nome lampeggia di continuo sullo schermo del cellulare. Lo ignoro, rispondo soltanto a lei che mi chiama per dirmi: “Noi non stiamo insieme” e butta giù. Lei esegue, come un cane fedele al padrone.

Il giorno dopo ve lo risparmio. Tornata a casa mi aspettano la mia coppia di amici. Lei ha quasi la stessa faccia di quando ha visto le foto di lei, che assomiglia a un lui, insieme a una serie di trans. Lui, che di professione è pure regista, riflette che forse un film non gli sarebbe mai venuto così bene. Io ho i capelli bagnati e una certezza: il phon li asciugherà. Rideau.

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