Io condannata perche’ nessuno ha guardato le prove

Tutto comincia la sera del 7 gennaio 2008. La signora ottuagenaria assistita da Adriana Iacob in un piccolo appartamento di Albano Laziale si accascia in bagno. La badante sente un tonfo, si precipita, la raccoglie dal pavimento e la adagia …Leggi tutto

Tutto comincia la sera del 7 gennaio 2008. La signora ottuagenaria assistita da Adriana Iacob in un piccolo appartamento di Albano Laziale si accascia in bagno. La badante sente un tonfo, si precipita, la raccoglie dal pavimento e la adagia sul letto. L’anziana si è ferita al mento, Adriana la tampona e le applica la maschera dell’ossigeno. Poi telefona al figlio per chiedere aiuto. Arrivano i soccorsi, gli infermieri tentano di rianimare con il massaggio cardiaco quel corpo che nel frattempo è scivolato dal letto sul pavimento. Non c’è niente da fare, la donna muore. Interpellata sulla presenza di alcune macchie di sangue per terra, Adriana si affretta a pulirle sotto gli occhi del figlio della donna. La badante è in stato confusionale, sopraffatta dallo spavento e alterata da qualche bicchiere di troppo. Tra gli inquirenti si insinua la tesi dell’omicidio. Adriana viene arrestata. “Anziana massacrata dalla badante romena”, titolano i giornali.
“Da quella sera del 2008 – racconta Adriana a Panorama – la mia vita si è come interrotta e non è più ripresa”. Quasi tre anni dietro le sbarre, dall’8 gennaio 2008 al 23 novembre 2010. Dopo i primi tre mesi rinchiusa a Rebibbia, viene trasferita a Lecce. Lei non ha i soldi per un avvocato e in carcere le consigliano un difensore di fiducia, che chiede spesso rinvii e manda due sostituti in udienza. I mesi scorrono, ad Adriana sembra di vivere un incubo senza fine. La sua versione è sempre la stessa: l’anziana è caduta in bagno e lei è accorsa per aiutarla. In carcere non riceve nessuna visita, il figlio di dodici anni vive in Romania e non sa nulla. La sentenza di primo grado la condanna a 14 anni di reclusione. Il verdetto si fonda esclusivamente sulla consulenza tecnica ordinata dal pm ed effettuata dal dottor Gian Luca Marella, che attribuisce la morte a colpi reiterati con “una superficie di ridotte dimensioni compatibile con calci e pugni”. La Corte di assise di Frosinone, nonostante l’assenza di un consulente della difesa, non ritiene di dover incaricare una perizia medico legale. Inoltre, non riuscendo a individuare un serio movente, la Corte ricorre allo stratagemma del dolo eventuale: la badante non poteva non sapere che anche percosse leggere, senza nessuna lesione di per sé mortale, avrebbero potuto cagionare il decesso dell’anziana.
Adriana non si arrende e continua a reclamare la propria innocenza. Grazie a un passaparola tra detenute, arriva ad occuparsi del suo caso l’avvocato Giacomo Tranfo: “Sin da subito mi sono accorto che erano troppi i punti che non tornavano. Quando mi sono recato a Frosinone per acquisire le foto dell’autopsia, ho appurato che non erano mai state stampate e il dischetto elettronico era difettoso”. Tranfo riesce a procurarsi una prima consulenza a titolo di gratuito patrocinio da parte del professore Francesco Raimondo, che ribalta il caso: l’anziana non può essere morta per le lesioni alle costole e al cuore perché sia le prime che le seconde sono avvenute post mortem. Le fratture risultano prive di sanguinamento, il che prova che la responsabilità della rottura è da ascriversi al massaggio cardiaco. Viene nominato finalmente il perito super partes, Giulio Sacchetti, ordinario di anatomia patologica all’università di Tor Vergata: egli esamina le foto del cadavere, passa a setaccio i tessuti e gli esami realizzati in seguito all’autopsia (utilizzati nel primo grado). Sacchetti accerta che l’infarto miocardico si è verificato otto ore prima del decesso. L’anziana è morta d’infarto, proprio così. In appello Adriana viene assolta perché il fatto non sussiste, sebbene la prova della sua innocenza fosse a disposizione dei magistrati, e del dottor Marella, già tre anni prima.
Dopo tre anni di carcere da innocente, lo Stato la rimette in libertà a Roma, seppure le sue cose si trovino ancora nel carcere di Lecce. “Mi sono sentita come un pacco postale. In istrada, senza una giacca né un posto dove andare”, la voce di Adriana tradisce un senso perenne di paura. Tranfo la accoglie nella propria casa, la nutre, le dà dei vestiti e le paga un biglietto di treno per recuperare i suoi effetti personali ancora a Lecce. La Corte d’appello riconosce ad Adriana un indennizzo per ingiusta detenzione pari a 210mila euro, inferiore a quello che le spetterebbe in base al mero computo dei giorni trascorsi in carcere (245mila euro). La riduzione è dovuta al concorso di colpa lieve di Adriana: a causa dello stato di alterazione alcolica la donna avrebbe contributo a cagionare la propria detenzione. Come se non bastasse, nel dicembre 2011 il Ministero dell’economia ricorre in Cassazione: su Adriana ricadrebbe una colpa talmente grave da escludere il diritto alla riparazione. Del fatto che l’omicidio, per il quale la donna è stata tenuta dentro una cella per tre anni, non sia mai avvenuto, non si fa cenno alcuno. Il 6 febbraio 2013 la Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del Ministero e rinvia il caso alla Corte d’appello di Roma per una nuova motivazione circa la riduzione dell’indennizzo. La prossima udienza è attesa per il 17 settembre.
“Ogni giorno – conclude Adriana, flebilmente – mi chiedo che cosa io abbia fatto per meritarmi tutto questo. Vorrei solo trovare un lavoro per pagare l’affitto e mandare i soldi a mio figlio”. Chissà che questa volta la sua voce non cada invano.

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