Il ciclo mestruale delle quote rosa secondo l’ONU

L’ONU serve pur sempre a qualcosa. Difficilmente ce ne accorgiamo quando c’è una “Primavera araba” che incombe o un massacro quotidiano ad opera del regime siriano. Se non lo sapete già, il punto forte dell’ONU sono i rapporti, la mole …Leggi tutto

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L’ONU serve pur sempre a qualcosa. Difficilmente ce ne accorgiamo quando c’è una “Primavera araba” che incombe o un massacro quotidiano ad opera del regime siriano. Se non lo sapete già, il punto forte dell’ONU sono i rapporti, la mole di carte e cartacce che i funzionari producono per tradurre in numeri e schemi la complessità variegata del mondo.  

L’ultimo rapporto che ci tocca riguarda la rappresentanza femminile in politica. Nella classifica capitanata dai Paesi Scandinavi l’Italia si colloca al 57imo posto. Sono esemplari di donna o, se volete, di femmina il 21,6% degli eletti alla Camera e il 18,6% al Senato. Che vergogna, che squallore. Ci facciamo surclassare da Paesi stimabilissimi come Cuba (donne ad un tasso del 42,5%) e Rwanda (56,3%). Mattacchioni come noi sono invece l’antidemocratica Gran Bretagna (il 22% dei parlamentari sono rosa) e l’incivile Francia (donne al 18,9%).

Ora, non vi chiedo se a vostra figlia augurereste di vivere a Kigali, L’Avana, Parigi o Londra. E’ notorio che alle donne parigine è frapposto ogni sorta di ostacolo quando si tratta di iscriversi ad un partito, organizzare un convegno o una manifestazione di piazza, esprimersi in pubblico o persino in televisione.  Le donne inglesi poi sono segregate in casa. Quelle di Kigali invece prosperano tra le infinite libertà di un sistema che garantisce veramente le pari opportunità. Mica a chiacchiere.

In Italia, al pari del ciclo mestruale – non scomponetevi per la similitudine -, così, con cadenza più o meno mensile,  si ripropone la questione delle quote rosa per aumentare le Finocchiaro e le Saltamartini. Se non si ripropone, come per il ciclo mestruale, ci preoccupiamo (fino ad una certa età, poi ce ne infischiamo).  Ci preoccupiamo perché da sole le donne non ce la fanno, il potere (politico) è maschile, il sistema è fallocentrico, la cooptazione procede per sesso similare. Sicché, in fondo in fondo, tutti sappiamo che le cose non stanno così, che la vera rivoluzione sarebbe un sistema elettorale competitivo – basato su collegi maggioritari uninominali – per far emergere i migliori e non i più addomesticati, meglio affiliati e talvolta allettati. Invece ci teniamo questi bei listoni bloccati appannaggio esclusivo delle oligarchie partitiche specializzate nella selezione dei maschi e delle femmine da sottoporre agli elettori: prendere o lasciare.

Di “decisione storica” parlò l’allora Ministra Mara Carfagna quando le quote rosa nei cda delle società quotate in borsa divennero legge, più o meno un anno fa. Oggi la Carfagna è contraria a quello stesso meccanismo calato in politica, e le ragioni ci sono oscure. Chissà che anche lei non abbia letto la ricerca della Consob da cui emerge una relazione negativa tra la presenza delle donne nei cda e la qualità della governance. Se siede almeno una donna nel cda, il numero di riunioni e la presenza media ai consigli si abbassano. Vi chiedete perché? Dalla ricerca emerge che dei 173 posti di consigliere donne ben 94 (più della metà) sono occupati da donne che appartengono alla famiglia azionista di riferimento o di controllo della società. Più rosa non significa più merito, ma spesso, quando la selezione avviene non sui risultati, in modo naturale, ma per obbligo di legge, più rosa vuol dire più cooptazione. Benvenute a Kigali.

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