Gli intoccabili: il giornalismo senza eroi né profeti

di Annalisa Chirico Il servizio pubblico, quello vero. Lo abbiamo fornito ieri con la prima puntata de “Gli intoccabili”, il programma di grandi inchieste condotto da Gianluigi Nuzzi (alle 23.10 ogni martedì su La7). Un esempio di giornalismo …Leggi tutto

ANSA/UFFICIO STAMPA LA7

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di Annalisa Chirico

Il servizio pubblico, quello vero. Lo abbiamo fornito ieri con la prima puntata de “Gli intoccabili”, il programma di grandi inchieste condotto da Gianluigi Nuzzi (alle 23.10 ogni martedì su La7). Un esempio di giornalismo laico su un fenomeno di solito affidato al ritualistico schema dello Stato buono versus l’Antistato cattivo. A Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria, viene mostrata l’intervista rilasciata a Emanuele Bellano da un ufficiale della polizia giudiziaria, il quale ammette l’esistenza di canali paralleli di comunicazione e di “trattativa” con gli ‘ndranghetisti. Quei canali esistono, con i mafiosi si parla e si negozia. Gratteri cade dalle nuvole, si dice “infastidito”, accenna alla possibilità di aprire un fascicolo su quanto ha appreso. Gratteri lo abbiamo scelto non a caso: è un magistrato accorto, non un pasdaran.
Le trattative non sono un tabù, ma forse una prassi diffusa, una regola. Il procuratore antimafia è un funzionario pubblico, e a lui il giornalista serio può fare domande, insinuare dubbi, mostrare delle falle. Anzi, il giornalista serio ha il dovere di farlo. Ma in Italia di giornalisti seri ce ne sono pochi. Meglio costruire eroi infallibili, intessere agiografiche rappresentazioni, cavalcare la lotta dei buoni contro i cattivi. Poi per sparare nel mucchio c’è sempre la politica.
Il setaccio impugnato dal segugio di Libero non risparmia la politica. Nel nord dell’Italia leghista, ricca e laboriosa, i mafiosi controllano fino al 5 percento dei voti. Il politico cerca il mafioso, come emerge dalla conversazione intercettata tra il parlamentare Domenico Lucà (PD) e un capomafia locale in occasione delle primarie torinesi a sostegno di Fassino. La confisca dei beni alla mafia è l’altro capitolo bollente. Al di là dei roboanti titoli di giornale, ecco una realtà dissestata, che nessuno racconta. L’inefficienza dello Stato si traduce in perdita di posti di lavoro, terreni abbandonati, coltivazioni distrutte. I diritti di proprietà vengono trasferiti, sì, ma il controllo reale degli immobili i mafiosi non lo cedono facilmente. Come sulle trattative, anche sulla confisca uno spaccato di realtà non consueta. Una lettura problematica del rapporto Stato – mafia, scevra da preconcetti. Che non liscia il pelo al potere politico e, nel contempo, non teme l’iconoclastia. Mai, neanche se di mezzo c’è l’ “emergenza” mafia. Un giornalismo senza eroi e senza profeti. Un giornalismo, direi, “popperiano”, che non cerca conferme a una teoria, ma prova, se possibile, a smentirla. Così nascono le notizie. Così si fa servizio pubblico, quello vero.

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