Fermiamo la mano del boia

Annalisa Chirico Il nome degli Stati Uniti accanto a quello di Cina, Iran e Corea del Nord. Un contrasto stridente, insopportabile gli amerikani con la “k” come me. Eppure la democrazia, di cui Tocqueville esalta le contraddittorie virtù, va a …Leggi tutto

Troy Davis entra nell'aula del processo: 42 anni, è morto

Troy Davis entra nell'aula del processo: 42 anni, è stato condannato alla pena capitale nonostante i forti dubbi sulla colpevolezza - AP PHOTO

Annalisa Chirico

Il nome degli Stati Uniti accanto a quello di Cina, Iran e Corea del Nord. Un contrasto stridente, insopportabile gli amerikani con la “k” come me. Eppure la democrazia, di cui Tocqueville esalta le contraddittorie virtù, va a braccetto con regimi canaglia e fuorilegge. L’onta comune è la pena di morte.
Nel 2007 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una moratoria universale col voto favorevole di 104 stati. Certo, si dirà, non un atto vincolante; pur sempre una dichiarazione solenne dotata di un indubbio valore simbolico. Gli Stati Uniti non votarono a favore (anche per via dell’assetto federale, che attribuisce competenza in materia ai singoli stati). Il boia non si è arreso, e l’uccisione qualche giorno fa del quarantaduenne nero Troy Davis ha riacceso il dibattito. Non solo per i consistenti dubbi sulla colpevolezza del condannato, ma anche perché l’omicidio di stato appare sempre più un anacronismo da superare.
Il New York Times preme per l’abolizione. Nell’editoriale di domenica scorsa si afferma che “la pena di morte è grottesca e immorale, e dovrebbe essere abrogata”. Secondo l’autorevole quotidiano americano, troppi pregiudizi legati alla razza, al censo e alla politica influenzano a tal punto le condanne capitali che la discriminazione e l’arbitrio sono divenuti i suoi tratti distintivi. Contro questa deriva la Corte Suprema nel 1972 sospese la pena di morte perché giudicata in contrasto con l’VIII emendamento. Pochi anni dopo la pena fu reintrodotta, e da allora la Corte si è impegnata, senza successo, a fissare degli standard comuni in grado di conciliare la comminazione della pena estrema con la tutela delle garanzie legali dell’imputato.
Alcune domande si pongono. Omicidio di stato e garantismo sono forse compatibili? Uno stato che toglie la vita può forse legittimarsi sulla base di un diritto liberale e garantista?
Quel che vediamo è che nella più grande democrazia del mondo la vita del singolo è sacrificata sull’altare delle (presunte) certezze processuali. Nessuna pietà perché il giudice umano è infallibile. Nella più grande democrazia del mondo la vita del singolo è sacrificata sull’altare del non ritorno, perché da un’iniezione letale non si torna indietro. Nella più grande democrazia del mondo la vita del singolo è sacrificata sull’altare della presunta deterrenza, un falso alibi smentito dai numeri. Ad oggi nei Paesi mantenitori non si è registrata alcuna diminuzione dei reati puniti con la pena estrema.
Troy Davis non tornerà più. Se n’è andato da “presunto colpevole” il nero che ha ucciso il poliziotto bianco. Ugualmente nel giugno 2010 nello Utah il boia è tornato a uccidere: la prima condanna dal 1999 (tramite fucilazione, pratica che non veniva impiegata dal 1996). Nel settembre dello scorso anno nello stato di Washington si è consumata la prima esecuzione dal 2001 (dati del Rapporto 2011 sulla pena di morte a cura dell’Ass.ne Nessuno Tocchi Caino).
Gli Stati Uniti sono il Paese, dove la Corte Suprema ha ingiunto alla California di liberare 37mila detenuti perché non in grado di garantire loro condizioni detentive decenti. La giustizia non è vendetta. La mano insanguinata dello stato è un rigurgito storico, il residuo purulento del potere (assoluto) di vita e di morte. Un tribalismo giuridico, un’onta miasmatica, che gli Stati Uniti devono al più presto archiviare tra gli scaffali di quel che fu. Per non sconfessare se stessi, per non deludere.

© Riproduzione Riservata

Commenti