Eternit: 18 anni per l’azionista straniero. E’ giustizia?

E’ stata inasprita in appello la condanna nei confronti di Stephan Schmidheiny, l’unico imputato del processo Eternit ancora in vita dopo la scomparsa, il 21 maggio scorso, del barone belga Louis De Cartier De Marchienne. Schmidheiny, che oggi ha …Leggi tutto

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E’ stata inasprita in appello la condanna nei confronti di Stephan Schmidheiny, l’unico imputato del processo Eternit ancora in vita dopo la scomparsa, il 21 maggio scorso, del barone belga Louis De Cartier De Marchienne. Schmidheiny, che oggi ha sessantasei anni, è stato condannato per disastro colposo a 18 anni di carcere, due anni in più di quelli previsti dalla sentenza di primo grado emanata il 13 febbraio 2012. La Corte ha anche disposto provvisionali per venti milioni di euro alla Regione Piemonte e di oltre 30,9 milioni per il comune di Casale Monferrato.

In aula la sentenza di condanna è stata accolta dal giubilo dei parenti delle vittime. Prima della lettura della sentenza un ex operaio ha consegnato simbolicamente una tuta dell’Eternit al pm Raffaele Guariniello, il quale ha definito la condanna “un inno alla vita. E’ un sogno di giustizia che si avvera. Speriamo che si avveri anche a Taranto”. Guariniello ha anche aggiunto: “Non è che uno sia contento delle sentenze di condanna, ma questa è un grande messaggio lanciato al nostro Paese e ai Paesi di tutto il mondo”.

In effetti il dramma dei decessi e delle malattie connesse all’amianto si è verificato in circa quaranta Paesi, ma soltanto in Italia la questione è stata sottoposta alla giustizia penale con una condanna al carcere per l’azionista straniero, che oggi ha sessantasei anni e che difficilmente sconterà un giorno dietro le sbarre. Negli altri Paesi si è imboccata la via della giustizia civile e dei risarcimenti pecuniari alle vittime. La difesa di Schmidheiny ha parlato di “sentenza scandalosa” e di “derisione del principio della presunzione d’innocenza”. Contro un “processo ingiusto con un massiccio pregiudizio da parte dei mezzi di comunicazione”, la difesa dell’azionista elvetico ha annunciato il ricorso in Cassazione evidenziando, inoltre, che “il presidente della corte d’appello (il giudice Alberto Oggé, ndr) ha aperto il processo d’appello paragonando Schmidheiny a Hitler e le misure da lui avviate per la protezione dei lavoratori alla «soluzione finale» escogitata dai Nazisti per risolvere il problema degli Ebrei”. Insomma, con queste premesse le aspettative non erano certo rosee. Adesso si attende il terzo round.

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