Emma Bonino: “Liberazione sì, dal regime partitocratico”

di Annalisa Chirico Per i Radicali le feste comandate non esistono. Quando proprio non si può farne a meno, allora eccoli lì che ti stupiscono. La Liberazione? Certo, dal “sessantennale regime partitocratico”. E così il 25 aprile diventa il …Leggi tutto

(Credits: LaPresse/Roberto Monaldo)

(Credits: LaPresse/Roberto Monaldo)

Annalisa Chiricodi Annalisa Chirico

Per i Radicali le feste comandate non esistono. Quando proprio non si può farne a meno, allora eccoli lì che ti stupiscono. La Liberazione? Certo, dal “sessantennale regime partitocratico”. E così il 25 aprile diventa il giorno della Seconda Marcia per l’amnistia, la giustizia e la libertà. Ne abbiamo parlato con la vicepresidente del Senato Emma Bonino, la leader italiana più conosciuta in Europa.

Senatrice, sette anni dopo la marcia del Natale 2005 replicate oggi con una seconda edizione. E’ cambiato qualcosa da allora?

Non ci sono stati interventi strutturali e così la situazione si è persino aggravata. Il collasso del “sistema giustizia”, con i suoi dieci milioni di procedimenti penali e civili inevasi che coinvolgono oltre 20 milioni di cittadini, pone oramai la Repubblica italiana in uno stato di manifesta flagranza di reato, con vere e proprie violazioni quotidiane dei diritti umani.

A causa della irragionevole durata dei processi, per il quinto anno consecutivo l’Italia è risultato il Paese con il maggior numero di sentenze della Corte europea per i diritti dell’uomo rimaste inapplicate.

La denegata giustizia è una questione sociale che frena anche la nostra economia. La Banca d’Italia ha valutato in un punto di PIL il costo per la lentezza dei processi civili, senza considerare la fuga degli investimenti. Se per recuperare un credito occorrono 1200 giorni mentre in Francia ne bastano 200, secondo voi dove preferiranno andare gli investitori?

Nel settembre dello scorso anno avete ottenuto una seduta straordinaria del Senato per discutere dell’emergenza carceri. Lei ha giocato un ruolo importante, ma il risultato è stato un muro contro l’amnistia.

La seduta straordinaria fu anche frutto del convegno che organizzammo insieme al Presidente Schifani a fine luglio sempre in Senato.

In quell’occasione Il Presidente Napolitano parlò di “orrore” riferendosi alle condizioni carcerarie, una situazione, aggiunse, “che ci umilia in Europa” e la cui soluzione rivestiva una “prepotente urgenza”; i più alti rappresentanti della magistratura, gli avvocati, gli operatori carcerari, quasi tutti convennero sul fatto che l’amnistia rappresentava la pre-condizione su cui innestare qualsiasi seria riforma strutturale.

In Parlamento però l’aria che continua a tirare è decisamente diversa. A parte qualche isolata eccezione, esiste una maggioranza trasversale contraria a qualsiasi ipotesi di amnistia o di indulto, solo per il timore di perdere consenso.

Se gli italiani avessero la possibilità di conoscere le nostre ragioni e confrontare le diverse proposte di soluzione, la situazione sarebbe diversa, ma il “muro del silenzio” nei media è stato totale.

L’Agcom ha condannato la RAI per non aver informato i cittadini su un tema di “rilevante interesse politico e sociale”, chiedendo in particolare che ci fosse approfondimento nei programmi in prima serata tipo Ballarò o Che tempo che fa. Ma i suoi provvedimenti sono ridotti a grida manzoniane che ridicolizzano la stessa Autorità.

La senatrice Anna Finocchiaro ebbe a dire che anche solo “parlare di norme del genere sarebbe crudele nei confronti di chi, in carcere, ci costruisce sopra sogni di libertà”. Quindi voi Radicali sareste colpevoli di illudere i detenuti?

Malagiustizia e condizioni carcerarie inumane causano ogni anno in Italia una vera ecatombe. Si vede che ci sono concezioni diverse della parola crudeltà.

Nessuno parla, però, delle 180 mila prescrizioni l’anno che si trasformano di fatto in quell’amnistia così aborrita dall’establishment politico-istituzionale. Con l’aggravante di essere un’amnistia di classe e non regolamentata, dove chi ha i soldi per tirare alla lunga il processo rimane impunito.

Tra l’altro si parla di “emergenza”, ma ormai il sovraffollamento sembra essere diventato una situazione cronica…

Che siamo ben oltre lo stadio dell’emergenza non lo diciamo solo noi. Ce lo ricorda regolarmente anche la Corte europea sui diritti umani con le sue sentenze, tra l’altro poco rispettate. Lo Stato italiano, violando leggi interne e internazionali, è divenuto ormai un delinquente professionale.

Il 43% della popolazione carceraria è in carcere preventivo. Presunti innocenti privati della libertà e spesso della dignità.

Un buon 30% di questa percentuale in carcere non dovrebbe neppure esserci, ristretti come sono per reati che in altri Paesi non sono lontanamente contemplati, vedi il reato d’immigrazione clandestina, oppure dove sono previste pene alternative o addirittura mere sanzioni amministrative, vedi per esempio le leggi sull’uso personale di stupefacenti. Noi abbiamo due leggi, la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi, che gravano come macigni sul sistema giustizia. Inoltre, la metà di chi si trova in carcere in attesa di giudizio verrà assolta. Chi è criminale: loro o lo Stato?

Chi è contro l’amnistia sostiene che sia soltanto una misura tampone. Senza le riforme di struttura si tornerebbe al punto di partenza nel giro di poco tempo. E’ d’accordo?

Ma se fosse così, che cosa impedirebbe di fare queste benedette riforme strutturali? Mica c’è un’amnistia in corso che lo impedisce! La verità è che si tratta di un vero e proprio tabù mentre l’amnistia è l’unico provvedimento credibile per rispondere nell’immediato alla situazione di degrado cronico e far ripartire il sistema giudiziario. Di questo hanno paura: con l’amnistia verrebbe meno l’alibi per fare quella riforma della giustizia da molti invocata e mai realizzata.

La riforma della giustizia: da dove si dovrebbe partire, secondo lei?

Innanzitutto l’ amnistia, attraverso la quale non solo risolveremmo nell’immediato l’illegalità delle nostre carceri ma libereremmo le scrivanie dei magistrati consentendo alla macchina giustizia di ripartire senza il fardello di un arretrato spaventoso, con effetti anche sulla giustizia civile. Servono poi quelle depenalizzazioni dei reati minori di cui si parla da anni, che riguardano buona parte della popolazione detenuta e che la politica, per non affrontare seriamente certe questioni sociali come l’immigrazione o la droga, relega al carcere. Poi urge ripensare alle misure alternative al carcere che le statistiche dimostrano produrre livelli molto più bassi di recidiva, mentre oggi sono quasi inapplicate. Una riforma non potrà che tener conto anche di quella giustizia giusta che gli italiani scelsero con i nostri referendum Tortora: abolire obbligatorietà dell’azione penale, separazione delle carriere, riforma del CSM.

Se queste riforme non le ha realizzate il centrodestra, secondo lei chi potrà farle in Italia? Forse l’esecutivo dei cosiddetti “tecnici”?

Non sono state realizzate dal centrodestra, ma neppure dal centrosinistra. Io speravo che questo governo, chiamato ad affrontare con un mandato forte la crisi economica, avrebbe visto la questione malagiustizia, se non dal lato del diritto o da quello umanitario, perlomeno da quello economico. Sia la Banca d’Italia che la Commissione europea ci dicono che il cattivo funzionamento della giustizia, per usare un eufemismo, ci costa un punto di Pil all’anno! Questo è un dato che non può lasciare indifferente neppure il mondo dell’impresa e dei sindacati. L’incertezza del diritto è un dissuasore fortissimo per gli investimenti stranieri.

Intanto il decreto Severino è stato un flop. In base ai dati forniti dal Dap, tra la fine di febbraio e la fine di marzo la popolazione carceraria è addirittura aumentata.

Chiamarlo “svuota-carceri”, questa sì è stata una beffa. Il fatto è che pure di fronte a questi dati si continua a nascondere la testa nella sabbia.

Nel ’99 lei “sfiorò” il Quirinale. Nel nostro sondaggio online lei ha spopolato come candidata alla successione del Presidente Napolitano. Sta scaldando i motori per una nuova campagna Emma for President?

Gli unici motori che ho bollenti sono quelli che mi impegnano su più fronti per riportare un minimo di legalità, di ripristino di stato di diritto e di democrazia nel nostro Paese, anche per evitare che la nostra “peste” contagi istituzioni europee come già avviene con la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Senatrice, lei ha una lunga e stimabilissima carriera politica. E’ entrata in Parlamento a 28 anni. Ha mai voglia di ritirarsi, come si dice, a vita privata?

Non ho mai vissuto il mio impegno politico radicale come “lavoro” ma come impegno, spesso una passione. E una passione, diversamente dalle voglie, può anche durare una vita intera, nonostante le delusioni o le frustrazioni.

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