DSK, l’America che non fa sognare

Gli hanno tolto il braccialetto elettronico. Dominique Strauss-Kahn, l’ex numero uno del Fondo Monetario Internazionale, è di nuovo libero. Il procuratore ha fatto marcia indietro e il giudice, che non aveva esitato a rinchiuderlo (preventivamente) nelle carceri del Rikers Island, …Leggi tutto

Domenique Strauss-Kahn con la moglie Anne Sinclaire

Domenique Strauss-Kahn con la moglie Anne Sinclaire

Gli hanno tolto il braccialetto elettronico. Dominique Strauss-Kahn, l’ex numero uno del Fondo Monetario Internazionale, è di nuovo libero. Il procuratore ha fatto marcia indietro e il giudice, che non aveva esitato a rinchiuderlo (preventivamente) nelle carceri del Rikers Island, ha archiviato il caso.
Non sta a me imbastire un processo “altro”. La verità dei fatti (che non sempre – va detto – coincide con quella giudiziaria) la conoscono soltanto i diretti interessati, e a me non importa fantasticare d’ipotesi e congetture. Una cosa è certa però: la testimone chiave era così poco attendibile da indurre il procuratore a ritirare l’accusa per assenza di prove in grado di accertare la colpevolezza dell’indagato “oltre ogni ragionevole dubbio”. La giustizia americana funziona così. Dichiarazioni mendaci, quelle della cameriera, per sua stessa ammissione. Intercettazioni che l’hanno colta in fallo. Credibilità insufficiente.
Questa volta però l’America non ha fatto sognare. Sono bastate le accuse di una singola persona per farne finire in galera un’altra. E sia chiaro: poco importa che quella persona fosse una donna, di colore, una cameriera o una prostituta. Gli alfieri del politicamente corretto di rosa bordati sono prontamente scesi in campo per difendere la donna vilipesa, discriminata, raggirata. Peccato che qui il sesso non c’entri nulla, neanche il colore della pelle, né la professione.
Si tratta di un principio fondamentale: l’indagato è indagato, non colpevole. La presunzione di innocenza fino a prova contraria. Una regola di civiltà, che le democrazie occidentali si sono date per tutelare la singola persona, nella consapevolezza che la giustizia umana è fallibile. E che con la vita degli altri non si gioca. Parlo di quelle garanzie legali, che in Italia abitualmente vacillano. Parlo di abuso della carcerazione preventiva. Questa volta la performance americana non è parsa più attenta, più rispettosa, più civile. Certo, difficilmente in Italia il caso si sarebbe chiuso in modo così celere con un procuratore che fa un mea culpa pubblico in una conferenza stampa. Tuttavia l’onta non la porta via il vento.
La gogna mediatica, la dignità calpestata. Quella “perp walk”, che ha costretto DSK a camminare ammanettato dopo l’improvviso arresto tra un’orda di fotografi e di telecamere. Immagini che hanno fatto il giro del mondo. “Le immagini del potente ridotto in cattività”. E, per favore, tenete da parte l’argomento (pseudo femminista) della puttana vilipesa o dell’immigrata discriminata. Qui di certo c’è solo una cosa: lo sputtanamento a buon mercato.

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