Chi danneggia e chi favorisce il “concorso esterno”

La mafia non fu all’origine di Forza Italia, Forza Italia non fu all’origine della mafia. Quanto si è fantasticato, scritto, ipotizzato sugli abbracci tentacolari tra il partito di Silvio Berlusconi e la mafia made in Sicily. La “zona grigia”, …Leggi tutto

Marcello Dell'Utri in una conferenza stampa (Credits: Federico Tardito)

Marcello Dell'Utri in una conferenza stampa (Credits: Federico Tardito)

La mafia non fu all’origine di Forza Italia, Forza Italia non fu all’origine della mafia. Quanto si è fantasticato, scritto, ipotizzato sugli abbracci tentacolari tra il partito di Silvio Berlusconi e la mafia made in Sicily.

La “zona grigia”, che certo esiste in alcune realtà del Belpaese (perché nasconderselo?), è diventata un burrone infernale e ha fagocitato i principi basilari della democrazia e del diritto. 
A Firenze durante il processo al boss Francesco Tagliavia apprendiamo che la creatura berlusconiana non ha nulla a che fare con le stragi mafiose del ’93. Le rivelazioni dei pentiti? Prive di riscontri fattuali. E’ passato il tempo degli Spatuzza, Ciancimino jr non si aggira più per i salotti televisivi, e Santoro lo rimpiange. Sia chiaro: le stragi del ’92 e del ’93 non sono state cancellate, ci sono persone che hanno pagato con la vita. Tuttavia le risposte vanno cercate altrove, non nel debutto politico del Cavaliere.

In che modo la “zona grigia” si è trasformata in un burrone infernale? La degenerazione è stata graduale, la macchina del fango con la stampa tambureggiante al ritmo delle procure d’assalto ha messo a punto l’epicedio della giustizia. Nella santa crociata contro la mafia le regole sono diventate orpelli ingombranti, un intralcio sul sentiero della lotta. Le garanzie degli imputati? Alle ortiche, basta formalismi, eppure nel diritto la forma è sostanza.

Nella requisitoria sul caso Dell’Utri il procuratore generale della Cassazione Francesco Iacoviello afferma: “C’è un capo di imputazione che riempie quasi una pagina […]. Lì dentro non c’è il fatto per cui l’imputato è stato condannato. Quell’imputazione è un fiore artificiale in un vaso senza acqua”. Una condanna a sette anni fondata sulle dichiarazioni dei pentiti, che, a detta dello stesso Iacoviello, i magistrati di merito hanno preso per vere senza uno straccio di prova, per un atto di fede cristiana.

Quello che dicono i pentiti dunque è oro colato, e di pentitismo si nutre quel mostro giuridico che è “il concorso esterno in associazione mafiosa”, l’etichetta perfetta per incastrare qualcuno. Dell’Utri non sarà forse uno stinco di santo, ma non può essere “incastrato” per mezzo di un’ingiustizia. Se ci sono dei fatti in base ai quali è possibile imputargli condotte criminose, di quelli egli deve rispondere, non delle illazioni mosse dalla smania di “fare piazza pulita”. La giustizia non tende agguati. Il giudice indossa la toga, non la divisa.

Se Falcone e Borsellino fossero ancora vivi, chissà che cosa direbbero di una tale macroscopica deriva poliziesca. Noi non pretendiamo di saperlo, Ingroia purtroppo sì. Quel che è certo è che in un Paese di civil law come il nostro il concorso esterno rimane l’unico reato di natura giurisprudenziale. E’ un reato impossibile, “cui ormai non crede più nessuno”, parola di Iacoviello. Dell’associazione mafiosa o sei parte oppure no.

Se non sei parte puoi essere ritenuto responsabile di singoli fatti (favoreggiamento, riciclaggio…), non di una ragnatela di relazioni, sul piano giuridico “farsela con la mafia” non significa nulla. La verità è un’altra: il “concorso esterno” serve, serve a colmare la lacuna dei fatti, a trovare riscontro alle parole dei pentiti che spesso non trovano riscontro.

Il ricorso abnorme a questo capo d’imputazione ebbe inizio subito dopo la morte dei due magistrati siciliani per iniziativa della procura di Palermo che da allora in poi si andò specializzando nella scienza dei rapporti tra mafia e politica con una serie di indagini conclusesi perlopiù con un buco nell’acqua.

Il concorso esterno, cari signori, va ben oltre dell’Utri, Cosentino e Berlusconi. Il procuratore Iacoviello parla in nome del diritto bistrattato e ucciso nel Paese dei Beccaria e dei Carra. L’Europa ci ha condannato a più riprese non per il carcere duro in sé, ma per il fine che abbiamo subdolamente assegnato al regime del 41bis, l’induzione al pentitismo. Sotto tortura, capite bene, i pentimenti fioccano, i programmi di protezione si moltiplicano…e poi i processi sfumano.

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