Carcere: L’ipocrisia di Re Giorgio e l’onore perduto

L’Italia l’onore l’ha perduto da un pezzo. Re Giorgio paventa un rischio, che non esiste più dacché la perdita dell’onore, della legalità costituzionale sono una realtà già oggi, non occorre spettare domani. Domani i morti saranno più numerosi di …Leggi tutto

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L’Italia l’onore l’ha perduto da un pezzo. Re Giorgio paventa un rischio, che non esiste più dacché la perdita dell’onore, della legalità costituzionale sono una realtà già oggi, non occorre spettare domani. Domani i morti saranno più numerosi di oggi, è la sola certezza che abbiamo e che i partiti politici, con la sola eccezione dei Radicali, ignorano come se non li riguardasse. E invece li riguarda, eccome se li riguarda.

Celle immonde dove si toglie la vita un detenuto ogni sei giorni. Celle dove la distanza tra il fornetto e il bagno alla turca è di un metro, se sei fortunato. Celle dove i detenuti defecano sotto gli occhi degli agenti penitenziari, che pure non volessero non possono che guardarli perché non esiste una un divisorio, una tendina che isoli il gabinetto dai corridoi tra una schiera e l’altra delle celle.

Re Giorgio va a San Vittore, incontra qualche detenuto, vede qualche cella. Il valore simbolico della visita richiama alla memoria il valore pure simbolico di una omissione: il messaggio alle Camere per esortare i parlamentari a compiere un atto concreto contro il sovraffollamento carcerario, al di là delle sdegnate e rituali dichiarazioni. Invece niente, a Re Giorgio interessa soltanto ammonire le Camere sull’urgenza delle urgenze, cambiare la legge elettorale, persino uno scarabocchio proporzionale purchessia. Alla fine non si è fatto nulla neppure di quella.

Nelle stesse ore in cui Re Giorgio era a San Vittore, terribile carcere che pure conosco, io mi trovavo al Buoncammino di Cagliari. Non c’ero mai stata prima. Il 40 percento dei detenuti del penitenziario sardo è composto da tossicodipendenti, persone che avrebbero bisogno di cure e trattamenti specifici e per le quali la detenzione incivile, com’è quella in un carcere per 370 persone che ne ospita 518, produce l’unico effetto di acuire disturbi psicofisici. Il carcere è una pausa per poi tornare fuori a drogarsi e a spacciare.

In una delle celle incontro Mohamed, algerino, dietro le sbarre dall’estate del 2011, lo scorso anno è stato trasferito da Genova al carcere sardo. A Genova c’era almeno il fratello che andava a trovarlo. A Cagliari non vede nessuno, non ha uno straccio di amico e dell’avvocato d’ufficio neppure l’ombra. Come passa Mohamed le sue giornate? Rimane per ore in piedi, poggiato al muro, con lo sguardo perso nel vuoto. Nessuno sa che cosa veda, che cosa pensi, lui sta lì fermo, come in meditazione, ogni tanto proferisce un monosillabo a chi gli si avvicina. Almeno una volta al giorno si taglia un pezzo di carne o ingoia una pila, quello che capita. Finora se l’è sempre cavata.

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