A proposito di femminismo sulle due sponde del Mediterraneo. Buon otto marzo a tutte

di Annalisa Chirico C’è chi si indigna per un manifesto pubblicitario lesivo della Madonna e delle madonne, chi grida allo scandalo perché lo spacco di un abito è troppo osé, e questo in prima serata sulla tv di Stato è …Leggi tutto

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di Annalisa Chirico

C’è chi si indigna per un manifesto pubblicitario lesivo della Madonna e delle madonne, chi grida allo scandalo perché lo spacco di un abito è troppo osé, e questo in prima serata sulla tv di Stato è inammissibile, inconcepibile, una vera minaccia all’ordine pubblico. Quante le donne pronte a scendere in piazza – piazza del Popolo, per ipotesi – contro il rosario di tette e culi al vento?
Esiste poi un’altra piazza, piazza Tahrir per ipotesi. Esistono le piazze arabe dove migliaia di donne – migliaia per davvero – hanno marciato e continuano a marciare, a farsi scudi umani al fianco degli uomini. Loro domandano più libertà, più democrazia, più diritti, non solo per sé ma per tutti.
In Occidente la lunga marcia verso i diritti è cominciata molto tempo prima. Così se oggi in Parlamento si discute di divorzio breve e non di delitto d’onore, se oggi esiste un Parlamento alla cui elezione partecipano con uguali diritti donne e uomini, è merito di quanti, maschietti inclusi, hanno dato corpo e voce alle idee di libertà e democrazia.

L’8 marzo profuma di quel femminismo, che rispondeva a problemi veri, sociali, che viveva tra le donne e delle donne, e così rafforzava lotte sindacali sacrosante per l’affermazione di diritti sacrosanti. Non era un capriccio salottiero, ma un’esigenza in carne ed ossa. Oggi si avverte la nostalgia di quel femminismo d’antan. Eppure le ragioni per lottare ci sarebbero tutte, nulla è acquisito per sempre, ma mancano le guarnigioni.

Se sulla sponda meridionale del Mediterraneo le donne lottano intrepidamente contro pratiche di tortura come le mutilazioni genitali femminili, contro la lapidazione e la pena di morte, contro il reato di adulterio e il delitto d’onore, per l’accesso alla proprietà e all’eredità, nel Belpaese del 2012 un consunto femminismo mette all’indice degli insetti proibiti una farfalla tatuata sull’inguine di una showgirl, indirizza roboanti pseudoscomuniche nei confronti dei sindaci rei di non aver censurato certe pubblicità scandalose, e così contrappone un modello di donna ad un altro. Anziché rifiutare gli stereotipi, questo femminismo di risulta ne abbraccia uno e lo innalza a totem da imitare ed insegnare nelle scuole durante l’ora di “educazione ai valori femminili”.

L’8 marzo profuma di un femminismo antico, di un femminismo di lotta che è stato e che deve tornare ad essere. Del resto, non può dirsi moderno un Paese dove la maggior parte del lavoro familiare è ancora a carico di una parte sola, quella rosa; dove lavorare è il privilegio di chi può contare sui nonni pronti ad accudire i nipotini, o di chi può permettersi una baby sitter a pagamento. Tuttavia, nel Paese fanalino di coda in Europa per tasso di occupazione femminile, la soluzione non è il corporativismo in gonnella, non fatevi ingannare. Il “fattore D” sarà pure il motore della Storia a detta di qualche professorone, ma la crescita economica richiede urgentemente quelle riforme liberali di cui da tempo i nostri politici si riempiono la bocca. Se la torta non cresce, le opportunità si riducono per tutti, maschietti e femminucce, indistintamente. La lista delle ragioni di lotta è lunga. Può forse dirsi civile un Paese in cui sono rimasti in 150 i medici ginecologi non obiettori? Ancora, è civile un Paese dove è il politico – e non il medico – a stabilire quanti embrioni impiantare nell’utero di una donna? E’ civile un Paese dove decine di ragazze subiscono l’autopsia della loro vita con l’immancabile corollario di intercettazioni abusive pubblicate sui giornali, e non una, una di queste agguerrite femministe, spende una parola a difesa del loro diritto alla privacy? Saranno pure prostitute eccellenti, ma questo fa la differenza?

Che dirvi, c’è chi si appassiona alla ricerca mistica dell’essenza del femminile da preservare in una società capitalistica e fallocentrica, chi solleva una polemica perché “la” Fornero (con l’articolo femminile) sarebbe un’espressione discriminatoria e offensiva, chi vorrebbe coprire i seni persino alla Paolina Borghese di Canova e magari nascondere il celebre dipinto di Courbet dietro a un velo spesso. Ecco, oggi che è l’8 marzo ricordiamoci che c’è chi è costretto a vivere ogni giorno dietro a un velo spesso, e non per scelta. Ricordiamoci che c’è chi non può guidare un’automobile, e non per scelta. Da noi certe “femmine” saranno pure scabrose e peccaminose, sono quello che vogliono essere perché possono scegliere chi essere. Buon 8 marzo a ogni donna che insegue la propria libertà nel sacro rispetto di quella altrui. Auguri.

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