Politica

Pisapia, fa' la cosa giusta: vai avanti

Due figli, una compagna con cui convive da una decina d'anni, milanese. Un giornalista scrive al sindaco sulle unioni civili. Per dirgli di andare avanti

Il sindaco di Milano Giuliano Pisapia – Credits: MATTEO BAZZI / ANSA

Caro sindaco Pisapia,

So bene che le unioni civili non sono in cima alla lista delle priorità dei miei e dei suoi concittadini, ma - come direbbe Spike Lee - Lei ieri ha fatto la cosa giusta. L’ha fatta a metà, all’italiana, con un colpo al cerchio e un altro alla botte, cercando di non scontentare troppi gli amici  da cui dipende la sua sopravvivenza. Ma non si può avere tutto e subito nella vita, figurarsi nella difficile arte della mediazione politica. Le va dato però atto che in una città come Milano, dove ancora oggi  fa  più scandalo un bacio gay di un’altra colata di metri cubi,  il registro delle unioni civili è un passo  che ci fa assomigliare un po’ di più alle grandi metropoli europee, come Berlino, come Stoccolma. Ora però vada avanti. Tiri diritto, senza ascoltare la voce di chi, su questi temi, continua ad arrogarsi il diritto di parlare a nome di Dio o della Costituzione violata, quasi che l’articolo 29 della Carta sia come la Bibbia per i seguaci del rito antiocheno: immodificabile, eterno, non interpretabile, né soggetto ai necessari aggiornamenti.

Io, tra l’altro, che ho prole e una compagna con cui convivo da una decina d’anni, non so ancora se mi interessa registrarmi nella sua lista dei peccatori. La famiglia, quella vera, non ha bisogno del suggello di un prete né di un officiante laico né di un dipendente comunale che apposti il suo timbro su una lista. L’amore, quello vero, non necessita sanzioni formali. Anzi, nel mio caso,  il vero suggello lo hanno messo i figli, quattro anni il primo e due anni la seconda, che sono cemento più solido di una cerimonia. Sono loro che ci hanno sposati. Ma se mi tocca, per salvaguardare i miei diritti, vada per il registro. Del resto, noi italiani siamo così abituati a chinare la testa che finire in un altro casellario, sia pure a fin di bene, non ci fa ormai né caldo né freddo.

C’è un’altra cosa che mi fa rabbia:  l’Italia è il Paese delle bandierine da sventolare e dei partiti che, parlando a nome della famiglia, se ne fregano della famiglia. Nella laicissima Berlino, dove da anni esiste il diritto di sposarsi anche tra persone dello stesso sesso, ci sono aiuti per le famiglie con figli che noi, che dalla fine della guerra  siamo governati dai clericali di vecchio e di nuovo conio, ci sogniamo di notte. Imparino da loro, lorsignori in parlamento, prima di lamentarsi della crescita zero. E non si azzardino a dire che la mia non è una famiglia degna di tutela costituzionale. Tacciano che fanno una miglior figura. Intanto Lei, sindaco, vada avanti. E non accetti  compromessi. Che, se sarà utile, avrete anche il mio nome e quello della mia compagna nella lista  che avete approvato ieri. È un piccolo passo, simbolico, politico, civile. Niente di più, niente di meno. Non mi illudo ma va bene così.

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