Politica

Perché Renzi ora vuole le elezioni nel 2018

I tempi dell'inchiesta Consip e la scissione nel Pd spingono adesso l'ex premier a frenare sulla data del voto: Gentiloni può arrivare a scadenza naturale

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L'ex presidente del consiglio Matteo Renzi durante l'assemblea nazionale del Pd all'Hotel Parco dei Principi, Roma, 19 febbraio 2017 – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Voteremo dunque nella primavera 2018, a scadenza naturale di legislatura.

Il pressing esercitato da Sergio Mattarella, preoccupato per gli effetti politici e macroeconomici di un eventuale voto anticipato, ha ottenuto il suo effetto. 

Dopo aver provocatoriamente proposto di aprire le urne ad aprile o a settembre, accarezzando persino l'ipotesi di votare la riforma elettorale proposta dal M5S per l'estensione dell'Italicum riveduto anche al  Senato, Matteo Renzi si è rassegnato ad affrontare una campagna elettorale di lunga durata, lasciando il collega Paolo Gentiloni sullo scranno a Palazzo Chigi fino alla prossima primavera.

Nella sua e-news, la newsletter settimanale pubblicata il 6 marzo 2017 e intitolata ironicamente Pubblicità progresso, Renzi ha di fatto dato luce verde al proseguio della legislatura, come gli avevano chiesto per altro a più riprese, prima di abbandonare il partito, gli scissionisti di Democratici e Progressisti. Un passaggio peraltro già preannunciato venerdì scorso nel corso della trasmissione Otto e mezzo, quando Renzi aveva di fatto anticipato il cambio di strategia: «Dobbiamo fare tutti il tifo - aveva detto - perché il governo vada avanti».



Ieri il premier Gentiloni, ospite di Pippo Baudo, ha fatto un ottimo intervento a Domenica In evidenziando – tra le altre cose – come l’obiettivo da perseguire tutti insieme sia continuare nell’opera di riduzione delle tasse. Dopo Irap costo del lavoro, Imu e Tasi, 80 euro, tasse agricole, canone Rai, Ires, collegato sul lavoro autonomo credo si possa e si debba continuare sulla strada della riduzione fiscale. Noi ci siamo. Matteo Renzi, sulla e-news settimanale

A spiegare le ragioni di questo ennesimo cambio di verso dell'ex premier, come lo ha definito Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera, ci sono almeno due fattori politici e giudiziari recenti.

Il primo è legato all'inchiesta Consip, nella quale sono indagati per traffico di influenze il padre Tiziano Renzi e - per rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento - il suo ministro più fedele, Luca Lotti. Andare alle urne ora significherebbe, per Renzi, presentarsi all'appuntamento elettorale in una condizione di estrema debolezza e vulnerabilità, in un momento peraltro molto delicato anche per la sua stessa leadership dentro il suo partito, non più così salda come qualche mese fa. Renzi non può permettersi di andare al voto con la zavorra dell'inchiesta in corso, senza una previa sentenza di assoluzione o di non luogo a procedere per suo padre e per il suo luogotenente e ministro dello Sport.

La sua insistenza nel chiedere ai magistrati di fare presto ha innanzittutto questa ragione politica, legate alle prossime scadenze politiche ed elettorali: un leader come Renzi - già indebolito dalla vittoria del No nel referendum del 4 dicembre e dalla scissione nel Pd - non può permettersi  di andare subito al voto. Quella di Renzi - con la contestuale accelerazione politica di Gentiloni sul programma di governo - assomiglia insomma a una specie di ritirata strategica.


Dobbiamo fare tutti il tifo perché il governo vada avanti Renzi a Otto e mezzo

Il secondo fattore che spiega il cambiamento di strategia di Matteo Renzi è legato ai cambiamenti in corso nell'opinione pubblica.

Il sorpasso in discesa del M5S registrato dai sondaggi dopo la scissione dei bersaniani (che avrebbero oggi un potenziale elettorale che va dal 4% all'8%) suggerisce a Renzi non solo di riprendere in mano saldamente il Pd, sbaragliando i suoi avversari Emiliano e Orlando alle primarie del 30 aprile, ma anche di mettere in campo una strategia di media durata per minimizzare i rischi della lotta fratricida a sinistra.

Si spiega così l'accelerazione di Gentiloni, certamente concordata con Renzi, sulla limitazione nell'uso dei voucher (un tema sul quale pende la spada di damocle del referendum della Cgil) e sulla riduzione progressiva del cuneo fiscale, due temi polemici che non possono essere regalati alle organizzazioni che stanno nascendo a sinistra del Pd in vista delle elezioni politiche. Prioritario appare oggi, per Renzi, sminare il campo minato delle polemiche a sinistra. Occorre togliere agli argomenti agli scissionisti, in vista delle primarie e anche del voto.

Ci sono anche altre ragioni, più istituzionali, sollevate da Mattarella. Un eventuale voto anticipato, con una legge elettorale di tipo proporzionale e in un quadro in cui le istituzioni europee continuano a chiederci una manovra bis, rischia di far precipitare il nostro Paese in un clima di incertezza e di caos politico, con maggioranze incerte in entrambi i rami del parlamento. Alla possibilità di una vittoria di Marine Le Pen in Francia si aggiunge il rischio di un M5S primo partito, un'ipotesi cui l'Europa guarda con preoccupazione e che potrebbe produrre l'effetto di nuove corse del differenziale sui tassi, in una sitazione economico-finanziaria già piuttosto fragile.

È chiaro che Renzi, con questo cambio di strategia, dovrà regalare al partito di Grillo l'argomento sui vitalizi dei parlamentari, che scatteranno il prossimo autunno. Ma, in un anno, le cose potrebbero cambiare ancora molte volte.

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L'ultimo sondaggio di Masia reso noto sul tg/La7 ipotizza un sorpasso del M5s dopo la scissione nel Pd

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