Colpo di scena: Marino ci ripensa. O, quanto meno, non esclude affatto di poterci ripensare. Il termine ultimo per ritirare le dimissioni firmate il 12 ottobre scorso cade il 1 novembre e il sindaco ha tutta l'intenzione di lasciare i suoi avversari sulle spine fino all'ultimo giorno utile.

Oggi si è presentato alla conferenza stampa convocata in Campidoglio accompagnato dal suo avvocato, il noto penalista Enzo Musco. Ha detto di essersi presentato in procura per farsi ascoltare dai pm che hanno aperto un fascicolo senza indagati né ipotesi di reato sulla questione degli scontrini.

Ha sottolineato di averlo fatto da persona informata sui fatti e di essere entrato e uscito da Piazzale Clodio da non indagato. Ha informato la stampa di aver spiegato ai magistrati quello che c'era da spiegare. Ha fatto intendere di aver fornito tutti i dettagli relativi alle cene sospette, in particolare sulla lista dei commensali.

Non ha speso, a proposito, una parola di più con i giornalisti ma ha fatto capire di essere assolutamente certo di non rischiare nulla.

LEGGI QUI cosa ha detto Marino in conferenza stampa LEGGI QUI: Ignazio Marino si è dimesso. Il perché di un passo obbligato


Non ha svelato, almeno ai cronisti, chi fossero le persone che cenavano con lui il giorno di Santo Stefano del 2013 (la cena al "Girarrosto Toscano" con alcuni giornalisti per presentare le iniziative per le festività natalizie), o alla "Taverna degli Amici" (quella dove sarebbe stato visto dal proprietario in compagnia della moglie che però non sarebbe stata la moglie ma un'assistente che le somiglia parecchio), o chi c'era con lui al ristorante “Sapore di mare” il 26 ottobre del 2013 (quello della cena con esponenti di Sant'Egidio che Sant'Egidio ha smentito) e al "Tre galli" di Torino, il 4 maggio scorso, al posto di Don Damiano Modena.

Però ci ha tenuto a chiarire, avallando il sospetto che a scrivergli i testi debba essere un ex sceneggiatore sadico prestato per sbaglio alla comunicazione politica, che le spese per la tintoria che gli sono state rinfacciate negli esposti del M5S e Fdi, non avrebbero riguardato il suoi completi bensì gli abiti storici dei trombettieri di Vitorchiano che accolgono capi di Stato e di Governo in visita a Roma.

Ha quindi precisato di non aver “mai utilizzato denaro pubblico a scopo privato” ma anzi, in alcune circostanze “di aver utilizzato denaro personale a fini pubblici” come in occasione del pernottamento a New York il 31 agosto scorso pagato tutto di tasca sua.

Poche battute per lanciare un messaggio chiaro. Chiaro nella confusione pazzesca che su tutta questa storia, come su altre in passato, è stata fatta per settimane in un rimpallo incrociato di responsabilità, accuse e smentite da far venire il mal di testa. Perché anche in queste ore si discute di chi e perché abbia firmato i giustificativi di spesa al posto del sindaco visto che lo stesso Marino ha dichiarato che “si vede a occhio nudo” che la calligrafia non è la sua mentre l'avvocato Musco ha aggiunto che nessuna di quelle firme è autentica.

Lo scaricabarile

Un modo per gettare la responsabilità di eventuali errori sulla sua segreteria, segreteria composta da persone nominate da lui stesso, a lui legate da un rapporto di stretta fiducia e che il sindaco adesso tira in ballo non si capisce bene perché dal momento che qualcuno (e chi altro se non lui) avrà anche autorizzato queste persone a firmare al posto suo. Inoltre lo scaricabarile è superfluo se colpa non c'è dal momento che il sindaco stesdso si dice stra-sicuro di non aver speso a fini privati nemmeno un euro dei soldi dei romani.

La minaccia al Pd

Il messaggio che Marino sta facendo passare in queste ultime ore è il segunete: io, Ignazio, sono tranquillo e la magistratura mi darà ragione. Nel giro di pochi giorni ogni sospetto sul mio conto cadrà e io avrò ancora tempo per ritirare le mie dimissioni, andare il 5 novembre in tribunale con la fascia tricolore per l'apertura del processo su “Mafia Capitale” e vedere se il Pd ha il coraggio di far sfiduciare in aula un innocente, un uomo onesto, talmente pulito da presentarsi di sua spontanea volontà in Procura per chiarire ogni cosa.

Da parte sua il Pd ha ribadito ai consiglieri comunali che la linea non cambia, che “non ci sono più le condizioni per andare avanti” e che si deve procedere verso il commissariamento e nuove elezioni. Guarda caso l'auspicio sarebbe però proprio quello di risparmiarsi almeno il passaggio in aula, ossia l'omicidio politico di un sindaco legittimamente eletto e senza macchia.

Ma non è affatto detto che si possa evitare. Come non è detto che tutti i consiglieri Pd accettino il diktat dall'alto. Molti di loro tremano all'idea di andare incontro a una nuova campagna elettorale in tali condizioni. Altri sanno di non avere più alcuna chance di rielezione.

Tutto sommato riuscire a sopravvivere ancora qualche mese, se non un paio di anni, rappresenta una prospettiva ben più rosea di uno stop anticipato per mandare a casa un sindaco che, se ha ragione lui, non avrebbe mai commesso nulla di male.

Per Matteo Orfini è un incubo a occhi aperti. Già qualche mese fa aveva chiesto le dimissioni al presidente e agli assessori Pd del municipio di Tor Bella Monaca per presunti illeciti compiuti dal minisindaco. Tranne il vicepresidente, nessuno degli altri aveva accettato e nel frattempo nessun illecito tale da provocare un avviso di garanzia è potuto emergere. Adesso, in proporzioni molto maggiori, si ripete lo stesso copione. Un copione dal finale ancora aperto e una sola certezza: alla fine qualche testa cadrà. Bisogna solo capire quale.

© Riproduzione Riservata

Commenti