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Pd: se la questione morale smonta il progetto politico di Matteo Renzi

Lodi e Soru ricordano che il partito del premier ha troppi conti aperti con la giustizia. E in vista di amministrative e Referendum il rischio è altissimo

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Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera durante le comunicazioni in vista del Consiglio Europeo, Roma 24 Giugno 2014. – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Nel giro di un paio di giorni, la sberla della vicenda Uggetti a Lodi, e poi la condanna di Renato Soru. E lo scontro con la magistratura.

Per il Pd di Matteo Renzi la questione morale è diventata cruciale, come gli ricordano ogni giorno le opposizioni, esterne ma anche interne al partito.


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I numeri
I numeri, d'altra parte, fanno una certa impressione.

Cento amministratori e dirigenti – più altri 18 tra parlamentari e sottosegretari - indagati, arrestati, già condannati in tutta Italia sono tanti. E anche se in molti casi si tratta di inchieste quasi sicuramente destinate ad essere archiviate o a risolversi con un'assoluzione già in primo grado, in altri si tratta di accuse gravi, circostanziate e talvolta corroborate da intercettazioni che lasciano ben poco spazio ai dubbi.

Accuse di ogni tipo
Al centro ci sono spesso personaggi locali, talvolta già conosciuti alle cronache, accusati di voto di scambio, corruzione, associazione mafiosa, turbativa d'asta ma anche di abuso edilizio e addirittura traffico di sostanza stupefacenti, come il consigliere di Pozzallo Bonafede, beccato con 20 chili di droga mentre si imbarcava su un traghetto diretto a Malta.

Figure di bassissimo calibro morale ma talvolta di altissimo potenziale elettorale cui il Pd non ha saputo rinunciare o voluto mettere alla porta perché utili a vincere le elezioni come nel caso del presidente del Pd Campania, Stefano Graziano, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa per i suoi rapporti con il boss dei Casalesi Alessandro Zagaria.


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La questione morale
Di fronte a casi del genere la domanda non può che essere la seguente: la politica, e in questo caso il Pd, ha o no la volontà di dotarsi di quegli strumenti di prevenzione necessari a evitare che contro tali fenomeni sia sempre la magistratura a dover intervenire, ex post, a botte di inchieste e arresti con tutte le conseguenze, anche sull'opinione pubblica, che ne conseguono?

Come ha riconosciuto il presidente dei dem Matteo Orfini “quando un partito funziona bene, si accorge dei problemi prima che arrivi la magistratura”. Ma se è vero ciò, allora il Pd qualche problema deve avercelo per forza. E gli strumenti messi in campo finora evidentemente non bastano.

Contromosse insufficienti
La lista di impresentabili stilata dalla commissione antimafia in occasione delle scorse elezioni regionali ha costituito, per caso, un qualche effetto deterrente? Evidentemente no se oggi, tra gli altri, è proprio il presidente del Pd della Campania a ritrovarsi indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

I dem si difendono ricordando quanto fatto finora contro la corruzione: dall'istituzione di un'autorità ad hoc all'aumento delle pene per alcuni reati e non ci stanno a subire lezioni di moralità dagli altri.

I rischi in vista di amministrative e referendum
Ma Matteo Renzi sa bene che, nonostante gli sforzi, la cattiva pubblicità dovuta a episodi per lo più locali, non potrà che avere conseguenze imminenti sul voto di giugno e, se gli arresti continueranno ad arrivare a scadenza settimanale (senza contare possibili nuove mega inchieste come quelle su Banca Etruria o Tempa Rossa), anche su quello di ottobre.

Perciò mette le mani avanti: “nessuna questione morale nel Pd” ma anche, per non incattivire i giudici in vista del referendum costituzionale, “nessun sospetto di una giustizia a orologeria” come invece ipotizzato dai verdiniani di Ala. Prudenza insomma. Ma anche, almeno dietro le quinte, anche tanta rabbia e preoccupazione.

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