Politica

Matteo Renzi: analisi di un momento politico davvero difficile

Difende Maria Elena Boschi sospettata di tutelare gli "amici di". Così l'immagine del premier viene compromessa e il destino del governo indebolito

renzi-boschi

Il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi alla Camera durante le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, Roma, 17 Febbraio 2016. – Credits: ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Se quella del 21 marzo doveva essere la direzione della “resa dei conti”, quella di oggi si annuncia, in casa Pd, come una riunione in cui i toni del segretario, Matteo Renzi, resteranno inevitabilmente più bassi. Alla vigilia dell'appuntamento, saltato per via della tragedia delle studentesse Erasmus rimaste uccise in un incidente automobilistico in Spagna, risuonavano le bordate dei vari leader della sinistra: da D'Alema a Bersani era tutto un coro di critiche contro la linea “verdinista” del capo. E lui, il capo, reagiva dettando l'aut aut: o dentro o fuori.

Oggi nessuno, né l'opposizione interna né Renzi, possono permettersi lo scontro armato. In gioco, infatti, c'è il futuro del governo e anche la minoranza, a parte casi isolati come il governatore pugliese Michele Emiliano, sta evitando di rigirare troppo il coltello nella piaga. Non che dispiacciano le nuove palate di fango innescate dallo scandalo “Tempa Rossa” sull'immagine, già compromessa, del renzismo imperante. Ma c'è anche la consapevolezza che forse non è questo il momento giusto per calcare troppo la mano.

Il grosso favore
Lo stesso Matteo Renzi, che fino all'inizio della settimana scorsa, aveva avallato la campagna astensionista del suo partito contro il referendum del 17 aprile sulle trivelle, piatto forte della direzione odierna, ha ribadito che la scelta è assolutamente libera. Nell'opinione pubblica si è infatti ampiamente diffusa la percezione che tra l'emendamento dello scandalo e la campagna anti referendaria esista un nesso saldissimo e che il fine di entrambi sarebbe quello di fare un grosso favore ai signori del petrolio.

Non proprio il massimo per un governo nato dall'ambizione di un giovane premier di “cambiare l'Italia”, “restituire dignità alla politica”, “abbattere quei centri di potere che per anni hanno impedito al Paese di ricominciare a crescere”. Un governo che oggi è nuovamente sotto attacco per i presunti favori fatti a parenti, amici e amici di. Ieri Matteo Renzi ha imposto la sua presenza alla trasmissione di Lucia Annunziata, In mezz'ora, dove era prevista un'intervista a Guido Bertolaso, per fare quello che ha già fatto altre volte: difendere a spada tratta la figura del suo ministro più importante, assumersi la responsabilità dell'emendamento incriminato e addirittura sfidare i pm di Potenza a convocare lui oltre a Maria Elena Boschi che sarà sentita oggi.


LEGGI ANCHE: Renzi: "L'emendamento per sbloccare Tempa Rossa è roba mia"


Eppure, se è vero che l'emendamento fu scritto in prima battuta dal suo ufficio legislativo, dopo la bocciatura alla Camera, è proprio la Boschi, in quanto ministro per i Rapporti con il Parlamento, che le compagnie petrolifere cominciano a tampinare perché la modifica alla legge di stabilità, fondamentale per i loro interessi, vada in porto. Prova ne sono i frequenti contatti con il suo capo di gabinetto Roberto Cerreto che, a un certo punto, chiederà di mandargli solo cose scritte (modifiche, richieste, integrazioni) e sospendere gli incontri.

L'emendamento chiave
Tecnicamente il ministro, e chi la difende, hanno ragione quando sostengono che il suo parere, evocato dall'ex titolare dello Sviluppo economico Federica Guidi, era necessario dal momento che, una volta passato al Senato, l'emendamento non era più di sua competenza ma del Parlamento stesso e quindi anche del ministro che si occupa dei rapporti con i parlamentari. Ma se i magistrati hanno deciso di convocarla è perché vogliono capire se, come dice la Boschi, la modifica fosse necessaria al Paese e a garantire i posti di lavoro oppure se la scelta di farla rientrare dalla finestra del Senato dopo l'uscita dalla porta della Camera, fosse solo finalizzata a favorire gli interessi privati del fidanzato della Guidi e dei suoi amici petrolieri.


LEGGI ANCHE: Renzi nella trappola del conflitto d'interessi

Al di là delle verifiche della Procura, c'è però un tema politico che incombe come un macigno sulla testa del premier: non è la prima volta, infatti, che Maria Elena Boschi finisce nel tritacarne mediatico-giudiziario e trattandosi del ministro che funge da architrave del governo, la sua eventuale caduta rischierebbe di trascinare con sé l'intero governo. Venisse giù lei, cadrebbe tutto. Ma anche se questo non dovesse accadere, l'impressione generale che va consolidandosi rimarrebbe comunque quella di un capo di governo che, nella gestione della cosa pubblica, ha deciso di circondarsi in gran parte di persone sospettate di curare per lo più gli interessi di alcuni: del padre coinvolto nell'inchiesta sul crac di Banca Etruria per quanto riguarda la Boschi, del fidanzato petroliere nel caso di Federica Guidi.

L'importanza di Boschi
Ma se quest'ultima era sacrificabile, e le sue dimissioni sono infatti arrivate in tempi record, “Mari” - come viene amichevolmente chiamata nell'entourage renziano – è intoccabile. Da principale punto di forza, per Renzi oggi la Boschi è diventata il principale motivo di debolezza. Il suo destino da premier sembra infatti quasi essere appeso a quello della Boschi da ministro. Al punto da arrivare a sfidare la magistratura e a invocare, quasi per pietà, unità e compattezza ai suoi nemici interni. Un appello in vista degli appuntamenti più cruciali in vista. A cominciare dalle elezioni amministrative che a Napoli vedono già spacciata Valeria Valente e a Roma in forti difficoltà Roberto Giachetti.

Le politiche... sempre più vicine
Ma anche delle prossime politiche che, quasi sicuramente arriveranno già nel 2017, con un anno d'anticipo rispetto alla scadenza naturale, nel 2018, della legislatura. E questo indipendentemente dall'esito del referendum isituzionale del prossimo autunno. Se Renzi ne uscirà sconfitto allora, come ha annunciato più volte, lascerà Palazzo Chigi e quindi si andrà a votare (a meno di ennesime soluzioni transitorie). Ma anche se dovessero trionfare i sì alla sua riforma (guarda caso targata proprio “Boschi”), è molto probabile che, con un Senato ormai moribondo, si decida lo stesso per un ritorno anticipato alle urne.

Un orizzonte sempre più vicino, insomma, con il quale, anche la minoranza Pd dovrà decidersi a fare i conti in fretta. Con l'entrata in vigore dell'Italicum, infatti, a parte i capilista, decisi da Matteo Renzi, tutti gli altri dovranno affrontare un vero calvario: pregare di essere messi in lista, lavorare ventre a terra affinché il Pd prenda più voti possibili per aggiudicarsi il numero più alto possibile di deputati eletti nei singoli collegi che, in alcuni casi, saranno molto molto piccoli e infine, riuscire a conquistare, per essere uno di quei deputati, un gran numero di preferenze personali. Insomma, tirare troppo la corda, a questo punto, non conviene più a nessuno.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti